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La prevenzione del diabete, farmaci e fattori di rischio

I fattori di prevenzione del diabete, i farmaci e il rischio per lo sviluppo del diabete sono stati tutti discussi in una sessione orale il terzo giorno dell’ADA 2011.

Due studi hanno dimostrato che la tollerabilità del trattamento a lungo termine con metformina per la prevenzione del diabete nei pazienti con alterata tolleranza al glucosio (IGT) è buona, e che aumentando il target dell’HbA1c da valori <7% a valori <8% nei pazienti anziani si può migliorare la qualità della vita e ridurre gli effetti collaterali.

L’ultimo studio presentato ha dimostrato che l’indice di massa corporea (BMI) durante l’adolescenza è un buon predittore di malattia coronarica (CHD) in età avanzata.

DPP: il trattamento a lungo termine con la metformina è risultato ben tollerato nei pazienti con IGT

I risultati del DPP (Diabetes Prevention Program) e il suo prolungamento in aperto DPPOS (Outcomes Study), mostrano che la metformina ha il potenziale per produrre un significativo calo ponderale e di prevenire o rallentare l’insorgenza del diabete di tipo 2 nei pazienti con IGT rispetto al semplice placebo. La metformina è ampiamente utilizzata, ma ha dei noti effetti collaterali gastrointestinali (GI) che possono talvolta causare carenza di vitamina B12, anemia o acidosi lattica.

Sharon Edelstein (George Washington University Biostatistics Center, Rockville, MD, USA) ha presentato i risultati di un sottostudio del DPP/DPPOS effettuato per valutare la tollerabilità a lungo termine della metformina in pazienti affetti da IGT.

Il DPP ha avuto una durata di oltre 3,2 anni e il suo prolungamento (DPPOS) in follow-up di altri 6 anni. L’analisi ha incluso i dati di 1073 pazienti trattati con metformina e 1082 pazienti trattati con placebo.

Edelstein ha osservato che durante la fase di DPP dello studio sono stati registrati maggiori problemi e sintomi GI autoriferiti nel gruppo metformina rispetto al gruppo placebo, rispettivamente del 28 contro il 16% e del 9,5 contro l’1,1%. Tuttavia queste differenze sono diminuite nel tempo e al termine del DPPOS i gruppi metformina e placebo sono risultati simili.

Eventi non gravi di ipoglicemia e anemia si sono verificati in un numero simile di pazienti trattati con placebo e metformina, e solo due dei pazienti trattati con metformina rispetto a uno del gruppo placebo avevano anemia grave durante il DPP e il periodo DPPOS.

Edelstein ha osservato che i livelli di emoglobina e di emocrito erano inferiori nei pazienti trattati con metformina rispetto al placebo, ma ha detto che è improbabile che ciò sia una conseguenza clinica, anche se può richiedere un’ulteriore valutazione per i soggetti trattati con la metformina. I nostri risultati mostrano che “la metformina è sicura e ben tollerata nel corso di un lungo periodo di trattamento” ha concluso Edelstein.

Alzare l’obiettivo di HbA1c potrebbe essere utile per i diabetici anziani

Un altro studio, presentato da Hsin-Chieh Yeh (Welch Center for Prevention, Epidemiology, and Clinical Research, Baltimore, MD, USA), ha utilizzato i dati del National Health and Nutrition Examination Survey 2003-2008 per valutare il numero di persone anziane (età media 73 anni) che potrebbero beneficiare di un obiettivo meno rigoroso di HbA1c per il controllo del diabete.

Sono stati analizzati i dati estrapolati da 756 pazienti adulti con diabete, di età compresa tra 65 anni e oltre, e rappresentativi di 6,4 milioni di persone in totale.

Yeh e il suo team hanno scoperto che il livello medio di HbA1c era del 6,8%. Oltre l’80% dei pazienti con diabete è stato trattato con farmaci per il diabete: il 39% con sulfoniluree, il 37% con metformina il 19% con thiazolideinedones, e il 17% di insulina rispettivamente. La grande maggioranza dei pazienti anziani ha utilizzato anche molteplici farmaci non per il diabete, con un numero medio di farmaci di 5,4 per persona.

Yeh ha spiegato che nello studio il 20,9% dei pazienti con diabete con un livello di HbA1c inferiore a 7% assumeva più di due farmaci, rispetto all’11,9% di quelli con un livello di HbA1c al di sotto a 8%.

Tali risultati, ha ribadito Yeh, suggeriscono che un obiettivo più elevato potrebbe consentire a molte persone di semplificare il loro regime terapeutico e ridurre il rischio di interazioni farmacologiche avverse. “Tuttavia”, concluso, “per valutare se un obiettivo più elevato di HbA1c è davvero appropriato sarà necessario uno studio randomizzato e controllato rivolto agli anziani diabetici”.

Il controllo del BMI in età adolescenziale può predire il diabete e il rischio di malattia coronarica

Amir Tirosh (Brigham and Women Hospital, Boston, MA, USA) ha valutato il legame tra i cambiamenti nel BMI dall’adolescenza all’età adulta e il rischio di malattia coronarica e diabete in età adulta.

Lo studio di coorte Melany (MEtabolic Lifestyle And Nutrition Assessment in Young Adults) ha incluso 37.674 giovani israeliani che sono stati seguiti per malattia coronarica e diabete a partire dall’età di 17 anni, quando hanno cominciato il servizio militare. Durante un periodo medio di follow-up di 17,4 anni, 1173 uomini hanno sviluppato il diabete di tipo 2 e 327 casi di malattia coronarica angiograficamente dimostrata.

Gli uomini sono stati divisi in decili in base al loro BMI a 17 anni di età. Il team ha scoperto che gli uomini nel decile superiore (BMI medio: 27,6 kg/m2) hanno avuto un rischio maggiore di 2,76 e 5,43 volte di sviluppare il diabete di tipo 2 e la malattia coronarica in età adulta, rispetto a quelli del decile inferiore (BMI medio: 17,3 kg/m2).

Tuttavia, quando tali associazioni sono state adeguate per il BMI all’età di 30 anni, gli uomini sopra al decile per BMI al basale avevano ancora un significativo rischio di 6,85 volte maggiore di malattia coronarica, ma il legame tra BMI e diabete adolescenziale non diventava significativo.

Tirosh ha commentato che i risultati suggeriscono che l’innalzamento del BMI in età più adulta (ad esempio dall’età di 30 anni) possa giocare un ruolo più importante nel predire il diabete rispetto all’innalzamento del BMI all’età di 17 anni. “In altre parole, gli adolescenti che non finiscono per essere adulti in sovrappeso o obesi non hanno avuto un aumento di rischio per il diabete in età adulta. Questo purtroppo non è stato il caso della malattia coronarica”.

Per la malattia coronarica sembra che ci sia più una sorta di “memoria dell’indice di massa corporea”, ha detto Tirosh. “Il legame tra adolescenti, BMI e malattia coronarica è simile a quello di altri studi che collegano l’infanzia o l’adolescenza con BMI tardivo”.

Tirosh ha infine commentato che i BMI in questo studio sono stati relativamente bassi, con un rischio crescente per malattia coronarica a partire da un BMI medio di 22 kg/m2 negli adolescenti, un valore ben all’interno della normale gamma di BMI.

Bibliografia di riferimento
DPP website. Available from: http://diabetes.niddk.nih.gov/dm/pubs/preventionprogram/.
Baker JL, Olsen LW, Sørensen TIA, et al. Childhood Body-Mass Index and the Risk of Coronary Heart Disease in Adulthood. N Engl J Med 2007;357:2329-2337.

 
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