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27 giugno

monitoraggio glicemico continuo
Il monitoraggio continuo della glicemia ha successo solo con la conoscenza e il supporto

 

Durante le Scientific Sessions dell’ADA 2010, Marylin D. Ritholz, psicologo del Joslin Diabetes Center e professore associato alla Harvard Medical School (Boston, USA) ha illustrato un sondaggio sugli adulti affetti da diabete tipo 1 che utilizzano il monitoraggio continuo della glicemia (real-time continuous glucose monitoring, RT-CGM) che ha rivelato come le persone che hanno maggior cura di sé e della propria condizione e che hanno il sostegno e il supporto dei propri familiari sono maggiormente in grado di far fronte alle frustrazioni determinate dalla loro condizione e sono meglio capaci di utilizzare retrospettivamente le analisi dei dati per correggere i propri errori. “Sappiamo che il successo o il fallimento dell’RT-CGM dipende dall’esperienza umana e dalla perfezione della tecnologia”, ha detto Ritholz.

In uno studio clinico finanziato dalla Juvenile Diabetes Research Foundation, e riportato nel meeting della European Association for the Study of Diabetes dell’ottobre 2009, si è mostrato che nei pazienti che utilizzavano l’RT-CGM almeno 6 giorni alla settimana il livello di HbA1c dopo 6 mesi era nettamente inferiore rispetto a coloro che lo usavano meno frequentemente.

Nonostante questi risultati positivi, solo una piccola parte degli adulti ha compiutamente realizzato il beneficio dell’RT-CGM, ha detto Ritholz, e nessuno degli strumenti psicosociali utilizzato per determinarne il perché è stato in grado di identificare i predittori.

Ritholz  ha poi ricordato come un recente studio (Diabetes Technol Ther 2010;12:201-205) abbia suggerito come gli adulti con diabete di tipo 1 che hanno meno paura dell’ipoglicemia con il CGM abbiano maggiori probabilità di essere aderenti alle indicazioni, e che tale conformità determina una minore incidenza di ipoglicemia grave, un maggior senso di empowerment del paziente e una migliore qualità della vita.

Ritholz e colleghi hanno condotto uno studio qualitativo di un campione della coorte dello studio della Juvenile Diabetes Research Foundation accennato in precedenza, volto ad identificare i fattori psicosociali connessi con l’uso del CGM negli adulti con diabete di tipo 1.

Sono stati identificati 20 adulti, e suddivisi in responsivi e non responsivi al RT-CGM. I responsivi sono stati identificati come pazienti che avevano un livello di HbA1c del 7% o superiore, avendone una diminuzione durante lo studio (variazione media, -0,9% +/- 0,3%, 7 pazienti), o come pazienti con livelli di HbA1c inferiore al 7% che non è andato fuori dall’intervallo di riferimento e ha diminuito la quantità di tempo trascorso in ipoglicemia (<70 mg/dl di glucosio plasmatico, 6 pazienti). I pazienti non responsivi avevano invece livelli di HbA1c superiore al 7% e una variazione media durante lo studio di solo -0,1% +/- 0,2% (7 pazienti).

I soggetti dello studio avevano diabete di tipo 1 per una media di 25 +/- 19 anni, e una media di 45 +/- 19 anni di età, aveva un livello di istruzione medio di 16 +/- 2 anni, ed erano ugualmente divisi tra uomini e donne. Il 90% utilizzava una pompa per insulina.

I pazienti hanno partecipato ad un’intervista di 35-45 minuti strutturata in 13 domande volte a sondare il modo in cui pensavano di indossare il dispositivo, come hanno risposto ai tracciati RT-CGM della variazione della glicemia, qual era la cosa più frustrante dell’aspetto del dispositivo e come il loro coniuge o altri familiari avevano interagito con il dispositivo.

I ricercatori hanno individuato tre grandi temi che uniscono i responsivi e i non responsivi: la capacità di far fronte all’ansia e alla frustrazione derivante dagli allarmi del dispositivo, l’inserimento del sensore e la sua calibrazione, l’utilizzo delle informazioni e la significativa partecipazione del marito o della moglie.

Dalle analisi è emerso che i responsivi tendevano ad esercitare l’autocontrollo per affrontare la frustrazione e l’ansia, e avevano la capacità di controllare le loro emozioni per risolvere i problemi. I non responsivi tendevano invece ad esprimersi con dichiarazioni di rabbia e ansia, e con comportamenti tendenti a evitare il contatto esterno.

Quando si trattava di utilizzare le informazioni, i responsivi approfondivano l’analisi retrospettiva dei dati della loro gestione glicemica, mentre i non responsivi consideravano e utilizzavano solo il dato minuto-per-minuto. In altre parole, i non responsivi sembravano incapaci di imparare dai propri errori.

Ancora: alcuni responsivi hanno riferito di aver apprezzato l’interesse dei familiari per le loro cure e i loro incoraggiamenti all’uso del dispositivo, mentre i non responsivi hanno dichiarato che i loro familiari hanno avuto poco o nessun coinvolgimento.

I ricercatori hanno inoltre individuato – sia nei responsivi sia nei non – una diffusa, comuna tendenza verso un’immagine del corpo alterata, con pazienti imbarazzati ad indossare il dispositivo, in particolare in situazioni intime.

“Per migliorare i risultati con il RT-CGM, i medici dovrebbero utilizzare indagini CGM-specifiche per valutare atteggiamenti e comportamenti del paziente ed educare e consigliare i pazienti di avere aspettative realistiche su ciò che i dispositivi possono fare e insegnare a scaricare ed interpretare i dati registrati dal dispositivo” hanno detto i ricercatori. “I pazienti dovrebbero essere consigliati su come far fronte alle frustrazioni che potrebbero sorgere, e i familiari possono essere aiutati a fornire il supporto affettivo ma anche tecnico e pratico necessario: per acquistare i pezzi per l’utilizzo dei dispositivi, per comprare i prodotti alimentari in liena con la terapia, e per la preparazione dei pasti” hanno ancora spiegato.

Concludendo la discussione, Richard M. Bergenstal, MD, presidente di Medicine and science dell’ADA, ha dichiarato: “Ci sono sempre delle resistenze nei pazienti verso le nuove tecnologie. I pazienti dicono che è troppo goffo, oppure si chiedono quali saranno le conseguenze sulla loro vita e in che modo tutto ciò influirà sul loro comportamento. Ritholz e colleghi hanno davvero iniziato a concentrarsi su questioni che dovremmo affrontare con i pazienti, aiutandoli attraverso le sfide e gli ostacoli che devono affrontare quando indossano questi dispositivi”.

 
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