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American College
of Cardiology

58th Annual Scientific Session
Orlando (Florida, USA), 28-31 marzo 2009

30 marzo

ANGIOPLASTICA
Lo studio italiano ARMYDA-RECAPTURE:
ruolo dell’atorvastatina nella riduzione della necrosi post-procedurale nelle PCI

 

Nella terza giornata del Congresso ACC 2009, sono stati presentati i risultati di un trial clinico randomizzato, in cieco e controllato con placebo, eseguito in Italia e coordinato dal Prof. Germano Di Sciascio (Ordinario di Cardiologia dell’Università Campus Bio-Medico, Roma), a proposito del trattamento con atorvastatina ad alto dosaggio in pazienti sottoposti a una procedura coronarica interventistica (PCI): si tratta dello studio Atorvastatin for Reduction of Myocardial Damage During Angioplasty (ARMYDA-RECAPTURE).

Dei 793 pazienti screenati inizialmente per questo studio, ne sono stati arruolati 352 (età media 66 anni; 20% di sesso femminile), tutti già in terapia cronica con una statina, affetti da un’angina cronica stabile o un infarto miocardico senza sopraslivellamento del tratto ST (NSTEMI), e candidati a una PCI. Questi soggetti sono stati randomizzati a un nuovo carico di atorvastatina (80 mg nelle 12 ore precedenti la PCI e altri 40 mg subito prima della procedura) (n = 177) o al placebo corrispondente (n = 175).

La terapia farmacologica concomitante era la seguente: statina (100%, 100%), aspirina (99%, 100%), clopidogrel (100%, 100%), beta-bloccanti (41%, 38%), ACE-inibitori o antagonisti recettoriali dell’angiotensina (66%, 73%), inibitori della glicoproteina IIb/IIIa (12%, 12%), nel gruppo assegnato al trattamento attivo e nel gruppo di controllo, rispettivamente.
L’endpoint primario dello studio era costituito dagli eventi cardiaci avversi maggiori (MACE: in particolare, morte cardiaca, infarto miocardico o rivascolarizzazione non programmata) a 30 giorni. Gli endpoint secondari erano un incremento post-procedurale di troponina-I e CK-MB e il picco di PCR (proteina C-reattiva) post-procedurale.

L’incidenza di MACE è risultata significativamente inferiore nei pazienti trattati con il carico di atorvastatina prima della PCI (3,4% vs 9,1%, p = 0,04) e tale dato è stato confermato anche dall’analisi multivariata (intervallo di confidenza al 95% 0,20-0,82, odds ratio 0,52, p = 0,04). Anche l’incidenza di incrementi di troponina-I e CK-MB oltre il limite superiore della norma (LSN) è risultata inferiore nel gruppo assegnato al trattamento attivo (13% vs 23%, p = 0,02 e 36% vs 47%, p = 0,03, rispettivamente).

L’incidenza di morte, rivascolarizzazione del vaso target e trombosi dello stent era ridotta e non differiva in maniera significativa fra i due gruppi. L’incremento post-procedurale della PCR è risultato in una certa misura ridotto nel gruppo assegnato al carico di atorvastatina, sebbene questo dato non abbia raggiunto la significatività statistica.

Il primo trial ARMYDA ha dimostrato che il carico di atorvastatina prima della PCI era efficace per ridurre la necrosi miocardica post-procedurale nelle PCI in pazienti che non assumevano statine in terapia cronica. I risultati dell’ARMYDA-RECAPTURE suggeriscono che il carico di atorvastatina può ridurre gli eventi cardiaci avversi maggiori post-PCI anche nei pazienti già in terapia cronica con una statina. In pratica, anche i pazienti che già assumono una statina possono trarre beneficio dal pretrattamento con una dose di carico di atorvastatina prima di una PCI. Questi dati sono complementari rispetto ai risultati dello studio NAPLES II e forniscono ancora nuove evidenze dell’effetto pleiotropico delle statine.

 
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