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Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia
94° Congresso nazionale SIOT 2009
Milano, 7-10 novembre 2009

 
7 novembre

Protesi articolari
Oltre un milione gli italiani con “pezzi di ricambio”

 

Milano, 7 novembre 2009 – Gli italiani sono sempre più “bionici”, secondo quanto emerge dai lavori del 94° Congresso nazionale della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia: superano infatti il milione i pazienti che hanno ricevuto una protesi articolare, e 180.000 all’anno i nuovi impianti di protesi per anca, ginocchio, spalla o altre articolazioni (oltre la metà eseguiti in Lombardia e in Emilia Romagna, anche a causa della mobilità sanitaria tra le regioni). Nel 60% cento dei casi si tratta di protesi d’anca, ma crescono a ritmo vertiginoso anche le sostituzioni di ginocchio.

Temi centrali del SIOT 2009 sono stati proprio la revisione delle protesi e la mini-invasività in ortopedia e traumatologia. Nel mondo s’impiantano un milione e mezzo di protesi d’anca ogni anno, di cui 300.000 negli Stati Uniti; l’Italia è fra i paesi europei dove si effettua il maggior numero di sostituzioni d’anca: su circa 700.000 interventi eseguiti ogni anno in Europa, oltre 100.000 riguardano il Bel Paese, superato soltanto da Germania (250.000) e Francia (130.000), precedendo Regno Unito (90.000) e Spagna (70.000). La sostituzione dell’articolazione dell’anca con “pezzi di ricambio” cresce a ritmo costante: il numero d’impianti aumenta del 5% ogni anno, comportando una spesa di un miliardo e trecento milioni di euro per i ricoveri, pari all’1% del Fondo Sanitario Nazionale, cui si aggiungono oltre 500 milioni di euro spesi per la riabilitazione successiva all’intervento. Nel 65% dei casi la sostituzione dell’anca riguarda le donne, e la percentuale sale al 75% se l’impianto è successivo a una frattura da osteoporosi. 

 
M. d’Imporzano,
Milano

Il “successo” della chirurgia dell’anca dipende soprattutto dall’avvento di nuovi materiali, capaci di resistere più efficacemente all’usura rispetto al passato e con prestazioni ottimali che si mantengono a lungo. “Le protesi d el passato avevano una vita media di circa 15 anni per i pazienti anziani, 8 per i più giovani e attivi” ha detto il Prof. Marco d’Imporzano (Milano), Presidente del Congresso nazionale SIOT.

“I materiali che abbiamo a disposizione oggi possono teoricamente arrivare a 30 anni, o perfino oltre. Non esiste ancora la protesi eterna” ha precisato d’Imporzano, “ma con i nuovi materiali e gli accoppiamenti più adatti è possibile allungarne la vita in modo impensabile fino a qualche anno fa”. La ceramica, ad esempio, è ormai una certezza nel campo delle protesi d’anca: durissima, oggi è anche molto resistente alla rottura.

Un recente studio italiano presentato al congresso milanese, condotto in Emilia Romagna su circa 6000 pazienti con protesi d’anca di ceramica impiantate da l 1994 a oggi, ha dimostrato che la rottura è un evento che riguarda ormai 3 casi ogni mille. Ottimi risultati si ottengono anche con il polietilene, materiale d’interfaccia utilizzato da decenni, recentemente migliorato grazie alla tecnologia della reticolazione e al miglioramento dei processi di sterilizzazione.

Le nuove protesi stanno segnando anche una nuova tendenza: garantendo una durata maggiore, vengono infatti sempre più spesso impiegate in soggetti giovani. “Non aspettiamo più che la persona sia anziana per intervenire, se la qualità della vita è già notevolmente compromessa”, ha spiegato il Prof. d’Imporzano. Che ha aggiunto: “Ormai non è raro intervenire su 30 o 40enni, e ogni anno sono 20.000 le protesi impiantate in under 65, 5000 quelle inserite in persone con meno di 50 anni. In questi casi si scelgono soprattutto le protesi in ceramica: i nuovi materiali hanno una bassissima usura e hanno ridotto moltissimo il rischio di rottura, temuto in passato a causa della rigidità della ceramica. Le nuove ceramiche possono perciò garantire una durata e una resistenza superiori, a un costo solo relativamente più alto: si parla di qualche centinaio di euro in più su impianti che di norma costano fra i 3000 e i 4000 euro”.

Le protesi del futuro, inoltre, saranno sempre più piccole: la tendenza attuale, infatti, è ridurre al minimo l’asportazione di osso, così da facilitare eventuali futuri reinterventi. Una sperimentazione clinica internazionale, che coinvolge anche l’Italia oltre a Spagna, Germania e Regno Unito e prevede di seguire circa 200 pazienti per 15 anni, è da poco stata avviata per valutare negli anni i risultati ottenibili con le mini-protesi, per il momento utilizzabili solo in un paziente su tre: “Quando ci sono grosse alterazioni anatomiche (malformazioni, displasia congenita, esiti di fratture) questo approccio è infatti naturalmente impossibile” ha sottolineato il Presidente del Congresso.

“Quando è consentito, però, scegliamo sempre di impiantare protesi più piccole eliminando una minima quota di osso. E laddove non sia fattibile, tentiamo comunque la strada della chirurgia conservativa, che risparmia i tessuti molli. L’Italia è in prima linea in questo campo e oggi ovunque si interviene cercando di traumatizzare al minimo muscoli e legamenti. Non si tratta di una chirurgia mini-invasiva dal punto di vista estetico, mirante a ridurre l’ampiezza della cicatrice, sebbene ormai bastino incisioni di 7-8 centimetri: l’obiettivo è rispettare i tessuti molli attorno all’articolazione, così da minimizzare i tempi di recupero”.

 
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