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Focus dal congresso dell'EASD 2008
44th EASD Annual Meeting
Roma, 7-11 settembre 2008

 

RICERCA
La speranza è nelle cellule staminali


P. Butler,
USA
 
Sia il diabete di tipo 1 sia quello di tipo 2 sono caratterizzati da riduzione del numero delle beta-cellule. Anche se il meccanismo che porta alla loro perdita è differente, le conseguenze metaboliche sono simili, e vengono raggruppate e conosciute con il termine diabete.

Che oggi esista un interesse considerevole nei confronti della possibilità di sconfiggere il diabete ripristinando il numero di beta-cellule, è cosa certa. “Però, almeno in teoria, lo scopo può essere raggiunto in diversi modi” ha detto all’EAD 2008 Peter Butler (L.L. Hillblom Islet Research Center, UCLA, Los Angeles, USA, ed Editor-in-Chief di Diabetes)

Nella sua presentazione Evidence for potential new beta cell formation in adult humans, Butler ha ricordato che il primo di questi modi è “il trapianto isole pancreatiche prelevate da un donatore clinicamente morto. Questa procedura funziona, ma il ricevente necessita di terapia immunosoppressiva con tutti i conseguenti rischi”.

Un secondo sistema “è quello di favorire la replicazione delle beta-cellule residue. Al riguardo sono in corso studi su diversi approcci farmacologici. Il problema in questo caso sta alla base: nel diabete di tipo 1 dopo molti anni residuano poche beta-cellule e promuoverne la replicazione senza fermare il meccanismo che porta alla loro distruzione rischia di causare una loro ulteriore diminuzione, poiché le cellule replicate sono più vulnerabili di quelle originali. Inoltre, l’induzione cronica della replicazione è un meccanismo che potrebbe potenzialmente favorire lo sviluppo di tumori”.

La terza via è, ha poi ribadito Butler, “è quella della rigenerazione delle beta-cellule a partire dalle staminali, sia utilizzando quelle che già esistono sia creandone ex-novo. Questo è l’approccio meno sviluppato, sicuramente più controverso, ma che probabilmente alimenta le maggiori speranze”. 

I commenti

 
P. Marchetti,
Pisa

Molti i commenti dopo l’intervento. Piero Marchetti (UO Endocrinologia e Metabolismo dei Trapianti d’Organo e Cellulari, AOU Pisana, Pisa) ha detto che “indubbiamente le cellule staminali rappresentano un argomento di straordinario interesse sia nell’ambito della ricerca di base sia nel contesto di potenziali sviluppi per la terapia di numerose malattie”. Non va sottovalutato, ha poi ricordato, l’impatto emotivo che l’affrontare tale problematica sempre esercita a livello dell’opinione pubblica, sensibile a questa, forse più che ad altre tematiche riguardanti la salute e la speranza di guarire da malattie – quali, appunto il diabete mellito nelle sue varie forme – al momento certamente curabili, ma (salvo situazioni particolari) non guaribili.

“Butler ricorda giustamente il trapianto di isole pancreatiche come possibile procedura per sconfiggere il diabete, di tipo 1, in questo caso” ha commentato Marchetti. “Non dobbiamo però dimenticare che in ambito trapiantologico è molto più rilevante l’intervento di trapianto di pancreas nella sua interezza, eseguito ormai in decine di migliaia di pazienti e che consente di ottenere ottimi risultati, purchè bene si considerino vantaggi e rischi di tale procedura nei singoli pazienti”.

Sia nel trapianto di isole sia in quello di pancreas, ha sottolineato Marchetti, le cellule staminali potrebbero svolgere un ruolo molto importante in quanto, se opportunamente istruite, potrebbero modulare il sistema immunocompetente dei pazienti diabetici trapiantati, rendendo meno pesante o addirittura non necessaria la terapia immunosoppressiva, di cui giustamente Butler sottolinea la rischiosità.

Di certo, tuttavia, la possibilità di rigenerare, a partire da cellule staminali, le beta-cellule secernenti insulina rappresenta l’approccio che sta ricevendo le maggiori attenzioni e assorbendo le maggiori risorse, poiché utilizzabile in tutte le forme di diabete e applicabile sia nella prevenzione della malattia sia nel suo trattamento. In tal senso, numerosi e incoraggianti risultati sono stati ottenuti in vari modelli sperimentali. “Va comunque sottolineato che rigenerare nuove beta-cellule non sarà sufficiente per ripristinare il patrimonio perduto, a meno che non si eliminino le cause che abbiano portato alla distruzione di quelle già precedentemente presenti o si rendano le nuove particolarmente resistenti attraverso una qualche ulteriore strategia” ha ribadito Marchetti.
 
Infine, dalla discussione è emerso che recentissimi dati evidenziano la reale possibilità di produrre nuove beta-cellule a partire da cellule mature, di altro tipo, già presenti nel pancreas (il che rappresenterebbe, se confermato, un approccio più pratico e meno gravato da problematiche anche di tipo etico). Quindi, rigenerare le beta-cellule nei pazienti diabetici è certamente un obiettivo da perseguire con la massima determinazione. “In questa ottica, le cellule staminali rappresentano una strategia di estrema attualità e di notevole interesse, anche se al momento non clinicamente utilizzabile” ha concluso Marchetti.
 

 
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