Pratiche religiose e malattie cardiovascolari
Fa bene saltare i pasti?
I mormoni, ossia i seguaci della “Chiesa di Gesù Cristo dei Santi dell'Ultimo Giorno”, hanno un tasso di malattie cardiovascolari inferiore rispetto agli altri americani, e i ricercatori si sono chiesti se la loro pratica di digiunare per un giorno ogni mese abbia un ruolo in questo vantaggio in termini di salute. Benjamin D. Horne, MD, direttore del Cardiovascular and Genetic Epidemiology at Intermountain Medical Center e docente associato di Informatica Biomedica presso l’Università dello Utah a Salt Lake City (USA), ha spiegato il razionale dello studio che ha presentato al Congresso AHA 2007, ricordando che i mormoni e anche altri individui che praticano il digiuno sembrano trarne un vantaggio in termini di cardioprotezione.
Negli anni ’70 del secolo scorso, i ricercatori hanno scoperto che i mormoni avevano un tasso di morte per cardiopatie inferiore rispetto agli altri residenti dello Utah e agli altri cittadini statunitensi in generale. Si è subito invocata la proibizione del fumo del tabacco per motivi religiosi come causa di questa osservazione, ma ci si è comunque proposti di valutare se anche altri insegnamenti di questa dottrina religiosa fossero correlati con questo vantaggio.
I ricercatori hanno analizzato i registri dello studio Intermountain Heart Collaborative Study, che comprendeva pazienti sottoposti a coronarografia fra il 1994 e il 2002. Andando a valutare la presenza di una malattia coronarica significativa alla coronarografia, è emerso che il 61% dei mormoni e il 66% dei non mormoni presentavano la coronaropatia (la coronaropatia è stata considerata presente se era rilevabile almeno una stenosi >70% in diametro).
“Anche aggiustando i dati in rapporto al fumo, o prendendo in considerazione solo i non fumatori, la malattia coronarica aveva una minore prevalenza nel gruppo dei mormoni”, ha detto Horne.
Nella seconda parte dello studio, 515 pazienti (età media 64 anni) sottoposti a coronarografia fra il 2004 e il 2006, hanno completato un questionario circa le proprie preferenze religiose e le loro abitudini di vita: fumo; digiuno (astensione da cibo e bevande per due pasti consecutivi); no tè, caffè o alcol; osservanza di un giorno di riposo alla settimana; partecipazione a riti liturgici o momenti di preghiera; offerta di tempo, beni o soldi per beneficienza.
Coloro che digiunavano hanno presentato la diagnosi di malattia coronarica con minore probabilità (59%) rispetto agli individui che non digiunavano (67%).
“Il digiuno è risultato il maggiore predittore di basso rischio di cardiopatia in questo gruppo di pazienti. Circa l’8% dei soggetti che digiunavano non erano mormoni e hanno comunque presentato una minore incidenza di coronaropatia”, ha notato Horne. “Anche i pazienti che non bevevano tè hanno presentato una probabilità di malattia coronarica inferiore rispetto al resto del gruppo, ma correggendo questo dato in rapporto al digiuno, esso non è più risultato significativo”, ha riferito ancora Horne.
Il digiuno è risultato associato con una riduzione del rischio di diagnosi di CAD pari al 39%. Quando i ricercatori hanno messo a confronto i pazienti con diagnosi di malattia coronarica con coloro che non presentavano la coronaropatia, l’impatto del digiuno è diventato ancora più evidente, con un odds per la diagnosi di malattia coronarica inferiore al 45%.
“Se tutto questo non prova in maniera definitiva e inconfutabile che il digiuno è la causa di arterie coronarie più sane, tuttavia, suggerisce una nuova interessante ipotesi di lavoro”, ha aggiunto Horne.
“L’astensione dal cibo per circa 24 ore riduce l’esposizione costante dell’organismo ai cibi e agli zuccheri; uno dei problemi cruciali nello sviluppo della sindrome metabolica è che le cellule beta che secernono l’insulina si desensibilizzano. Il digiuno ciclico di routine consente loro di resettarsi a un livello di base, da cui ripartire per recuperare la loro fisiologica sensibilità al glucosio”, ha ipotizzato Horne per spiegare i risultati del suo studio.
I dati dei pazienti diabetici sono stati esaminati a parte da Horne e colleghi e comunque, anche in questo particolare gruppo di pazienti, sono stati confermati i risultati ottenuti nella popolazione generale non diabetica dello studio. Tuttavia, gli autori hanno concluso che le informazioni a loro disposizione, retrospettive e ancora preliminari, non sono sufficienti per raccomandare in generale, ma soprattutto ai pazienti diabetici, di saltare i pasti.
Il passo successivo dovrebbe essere a questo punto l’esecuzione di uno studio clinico prospettico randomizzato e controllato, unica modalità di ricerca in grado di fornire risposte più certe.
Lo studio è stato parzialmente finanziato da The National Heart, Lung, and Blood Institute.
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