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AHA Scientific Sessions 2007
4-7 novembre 2007
Orlando, Florida

4 novembre

Late-Breaking Clinical Trials: STITCH
Un approccio semplificato “a gradini” per il trattamento dell’ipertensione


R.D. Feldman,
Canada
 

Un protocollo di trattamento semplificato a gradini per l’ipertensione arteriosa è più efficace rispetto alla pratica basata sulle linee-guida nel trattamento dell’ipertensione arteriosa, in base a quanto sostenuto da un gruppo di ricercatori nella Sessione dei Late-breaking clinical trials del 4 novembre presso il Congresso AHA 2007.

Il trial Simplified Treatment Intervention to Control Hypertension (STITCH) ha incluso 2.104 pazienti affetti da ipertensione arteriosa seguiti da 45 medici di medicina generale nell’Ontario sudoccidentale (Canada). Al fine di raggiungere i livelli pressori target raccomandati nel maggior numero di pazienti possibile, i ricercatori hanno voluto verificare l’efficacia di un modo per guidare il trattamento dell’ipertensione arteriosa più semplice rispetto a quello proposto dalle linee-guida nazionali.

“La complessità delle linee-guida attuali per il trattamento dell’ipertensione può costituire una barriera per l’implementazione pratica di una terapia efficace”, ha sostenuto Ross D. Feldman, docente di medicina presso l’Università di Western Ontario in London (Canada). “Nel nostro studio, i medici di medicina generale sono stati assegnati in maniera randomizzata a implementare l’algoritmo semplificato a gradini (STITCH), oppure a seguire il trattamento tradizionale dell’ipertensione basato sulle linee-guida nazionali.
L’algoritmo STITCH comporta quattro passaggi:

  1. Iniziare il trattamento con l’associazione ACE-inibitore/diuretico oppure sartano/diuretico
  2. Aumentare il dosaggio di questa associazione alle massime dosi tollerate
  3. Aggiungere un calcio-antagonista e aumentarne il dosaggio fino alla dose massima tollerata
  4. Aggiungere uno dei farmaci antiipertensivi considerati non di prima scelta.

L’approccio disegnato in base alle linee-guida (Canadian Hypertension Education Program) comportava la valutazione di 12 diverse possibilità per l’inizio della terapia, fra cui il medico doveva scegliere quella più adatta per il proprio paziente in base al tipo di ipertensione e alle copatologie presentate dal singolo paziente (molto simile alle opzioni delle Joint National Committee Guidelines statunitensi).

La proporzione di pazienti in cui è stata documentata una riduzione della pressione arteriosa ai livelli target è risultata significativamente superiore nel gruppo assegnato all’algoritmo STITCH (65%), rispetto al gruppo assegnato allo schema di trattamento secondo le linee-guida nazionali. La pressione arteriosa sistolica media è risultata ridotta di 23 mmHg nel gruppo assegnato al protocollo STITCH, valore significativamente superiore rispetto ai 18 mmHg del gruppo trattato come da linee-guida. Inoltre, la pressione arteriosa diastolica è risultata ridotta di 10 mmHg nel gruppo assegnato all’algoritmo STITCH e di 8 mmHg nel gruppo in trattamento secondo le linee-guida, differenza anche questa statisticamente significativa.
“Trattare i pazienti seguendo il protocollo STITCH comporta un aumento della probabilità di raggiungere il target pressorio ottimale di circa il 20%”, ha detto Feldman. “Noi riteniamo che un algoritmo semplificato per il trattamento dell’ipertensione possa essere recepito e accettato facilmente dai medici di medicina generale e possa comportare un miglioramento del tasso di controllo dei valori pressori. Il ritorno a un approccio “a gradini” può costituire un importante passo avanti nel trattamento dell’ipertensione e può costituire un paradigma da seguire per un ampio spettro di condizioni patologiche croniche”.

Se l’attenzione delle linee-guida attuali al singolo paziente potrebbe garantire un approccio più personalizzato nella gestione dell’ipertensione, d’altro canto è possibile che l’elevato numero di alternative possibili crei confusione nei medici troppo occupati con troppo poco tempo a disposizione per la valutazione di ciascun paziente.
Lo studio è stato finanziato da Pfizer.

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