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AHA Scientific Sessions 2007
4-7 novembre 2007
Orlando, Florida

4 novembre

Late-Breaking Clinical Trials: HF-ART
L’autotrattamento garantisce benefici limitati nei pazienti affetti da scompenso cardiaco


L.H. Powell,
USA
 

Una delle relazioni tenute nell’ambito della Sessione sui Late-breaking clinical trials del 4 novembre al Congresso AHA 2007 ha concluso che l’addestramento dei pazienti con scompenso cardiaco all’autotrattamento non garantisce benefici ulteriori rispetto alla semplice informazione del paziente circa le proprie condizioni cliniche.

Nello studio Heart Failure Adherence and Retention Trial (HART), i ricercatori hanno arruolato soggetti affetti da scompenso cardiaco da lieve a moderato e li hanno randomizzati a uno di due diversi programmi di istruzione ed educazione per valutare quale approccio fosse il più efficace in termini di riduzione dei decessi e dei ricoveri ospedalieri.

“A priori auspicavamo che, nei pazienti con scompenso cardiaco da lieve a moderato, un programma di intervento mirato a far acquisire ai pazienti stessi la capacità di autogestire la propria patologia fosse in grado di ridurre la mortalità e i ricoveri ospedalieri per scompenso cardiaco e la mortalità e i ricoveri ospedalieri per tutte le cause in misura superiore rispetto ai programmi di istruzione dei pazienti”, ha riferito Lynda H. Powell, autrice principale dello studio e docente di medicina preventiva, cardiologia, scienze comportamentali e farmacologia presso la Rush University Medical Center in Chicago (USA).

Lo studio ha incluso 902 pazienti con uno scompenso cardiaco sistolico o diastolico. Il follow-up medio era di 34 mesi. Il programma per l’autotrattamento dei pazienti consisteva in 18 sedute per piccoli gruppi nell’arco di un anno.

È stato utilizzato materiale educazionale dell’American Heart Association per implementare in concreto le raccomandazioni relative all’autogestione dello scompenso cardiaco: si rimanda al sito Web www.americanheart.org/heartfailure per dettagli sull’argomento. In pratica, si trattava di consigli focalizzati su regime alimentare, modalità di preparazione dei cibi, interazione con il proprio medico curante, attività fisica, analisi dei propri sintomi e nozioni di trattamento dello scompenso, oltre alle modificazioni dello stile di vita necessarie in presenza di uno scompenso cardiaco.

Dopo un anno di trattamento, non sono stati documentati benefici in termini di aderenza al regime farmacologico, ma in entrambi i gruppi è stato rilevato un miglioramento dell’autoefficacia e degli indici relativi alla depressione. Alla fine del follow-up di due o tre anni, non sono state rilevate differenze fra i due gruppi di trattamento per quanto riguarda il tempo intercorso fino al decesso o al ricovero per scompenso cardiaco. Sono stati documentati risultati simili a questi anche per l’endpoint di morte e ricovero ospedaliero per tutte le cause. L’analisi per sottogruppi ha documentato un beneficio in termini di morte e ricovero per scompenso cardiaco per i pazienti che partecipavano ad almeno la metà delle 18 sedute di autotrattamento e che presentavano di base una ridotta capacità funzionale, una ridotta aderenza alla terapia farmacologica o un reddito inferiore ai 50.000 dollari statunitensi.
“Abbiamo documentato che un programma di intervento finalizzato all’acquisizione di capacità di autotrattamento non garantisce benefici ulteriori rispetto all’istruzione dei pazienti mediante la semplice fornitura di materiale informativo in termini di mortalità e ricoveri per scompenso cardiaco in pazienti con scompenso cardiaco da lieve a moderato”, ha detto la Powell.

La ricercatrice ha concluso che questo programma di intervento può ridurre in maniera efficace la mortalità e i ricoveri per scompenso cardiaco nei soggetti con problematiche particolari, come una ridotta capacità funzionale, una ridotta aderenza alla terapia farmacologica o un basso reddito e ha auspicato che vengano condotti studi futuri sui possibili effetti positivi delle strategie di autotrattamento in gruppi specifici di pazienti.

Lo studio è stato finanziato dal National Heart, Lung, and Blood Institute.

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