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AHA Scientific Sessions 2007
4-7 novembre 2007
Orlando, Florida

4 novembre

Late-Breaking Clinical Trials: RACE
L’importanza dell’organizzazione per garantire
un trattamento rapido ai pazienti con IMA


C.B. Granger,
USA
 

Un programma di gestione dei pazienti con infarto miocardico acuto (IMA) nella Carolina del Nord ha consentito di abbreviare i tempi fra l’insorgenza dei sintomi e la realizzazione di una procedura di rivascolarizzazione coronarica percutanea (percutaneous coronary intervention, PCI), in base a quanto riportato da una presentazione della Sessione dei Late-breaking clinical trials del 4 novembre al Congresso AHA 2007.

“Nonostante un quarto di secolo di ricerche in ambito cardiovascolare ci abbia ormai chiaramente insegnato che i soggetti con un IMA hanno maggiori probabilità di sopravvivenza e una prognosi nettamente migliore se vengono trattati rapidamente, le statistiche nazionali ci dicono che esistono ancora troppi ritardi per quella che è l’organizzazione sanitaria attuale”, ha sostenuto Christopher B. Granger, docente universitario e direttore dell’Unità di Terapia Intensiva Cardiologica presso la Duke University Medical Center a Durham (USA).

Il programma valutato, chiamato Reperfusion of Acute MI in Carolina Emergency Departments (RACE), ha coinvolto 65 ospedali in 5 regioni. Le linee-guida dell’American Heart Association/American College of Cardiology raccomandano rapidità estrema: il paziente con IMA dovrebbe ricevere il trattamento farmacologico entro 30 minuti e dovrebbe essere sottoposto a PCI entro 90 minuti dal momento dell’ingresso in ospedale. L’American Heart Association ha addirittura suggerito una ulteriore riduzione di questi tempi, raccomandando un miglioramento dell’organizzazione sanitaria in questo senso.

Lo studio RACE ha compreso 10 centri con PCI e 55 centri senza disponibilità di PCI, per un totale di 2.089 pazienti con infarto miocardico acuto associato a sopraslivellamento del tratto ST. L’età media dei pazienti era di 61 anni e il 31% era di sesso femminile. Circa la metà dei pazienti (44%) si è rivolta ai centri senza disponibilità di PCI tramite il servizio di trasporto dell’emergenza medica (equivalente al 118 italiano). Lo studio ha incluso tutti i pazienti giunti presso i centri con possibilità di PCI e i primi 10 pazienti consecutivi giunti presso ciascuno degli ospedali senza disponibilità di PCI.

“Abbiamo preso in considerazione tutti gli anelli della catena, a partire dal sistema di trasporto dell’emergenza medica, fino all’organizzazione del Pronto Soccorso, ai cardiologi e all’amministrazione dell’ospedale, comprese le autorità governative statali e locali”, ha detto Granger.

Per ciascuna delle regioni, un infermiere aveva il ruolo di coordinatore per garantire la gestione corretta di tutti i passaggi del protocollo RACE. I centri con disponibilità di PCI sono stati tutti concordi nell’implementare elementi specifici – come per esempio un numero telefonico unico per attivare immediatamente il gruppo del Laboratorio di Emodinamica – diretti ad aumentare la rapidità della riperfusione nei pazienti infartuati.

Negli ospedali senza disponibilità di PCI, la percentuale dei pazienti trattati farmacologicamente entro 30 minuti è aumentata dal 35% al 52%. Per i 237 pazienti trasferiti da un ospedale senza PCI a un ospedale con disponibilità di PCI, il tempo intercorrente fra l’arrivo del paziente in ospedale e l’esecuzione della PCI è passato da 160 minuti a 128 minuti e a 106 minuti per gli ospedali che trasferivano i pazienti di routine per la PCI. Negli ospedali dotati di possibilità di PCI in sede, il tempo intercorso fra l’arrivo del paziente in ospedale e l’esecuzione della PCI è passato da 85 minuti prima del protocollo RACE a 74 minuti dopo la sua implementazione; in seguito al RACE, il 72% dei pazienti è stato sottoposto alla PCI entro 90 minuti.

Lo studio è stato finanziato da Blue Cross Blue Shield North Carolina.

 
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