Late-Breaking Clinical Trials: BRIEF-PCI
Nelle PCI elettive va bene un’infusione più breve
di inibitori IIb/IIIa

A. Fung, Canada |
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Una delle presentazioni della Sessione del 4 Novembre dei Late-breaking clinical trials al Congresso AHA 2007 ha trattato di un protocollo di infusione dell’eptifibatide più breve rispetto agli standard attualmente in uso dopo una procedura di rivascolarizzazione coronarica percutanea(percutaneous coronary intervention, PCI) elettiva, non in emergenza. I dati forniti dagli autori documentano che tale protocollo è sicuro ed efficace.
L’eptifibatide è un inibitore reversibile della glicoproteina IIb/IIIa. Il regime attualmente raccomandato per tale farmaco è di un doppio bolo, seguito da un’infusione della durata di 18 ore dopo la PCI.
Nello studio Abbreviated Infusion of Eptifibatide After Successful Coronary Intervention: BRIEF-PCI Randomized Trial, i ricercatori hanno valutato se sia possible evitare l’infusione di 18 ore, nel caso in cui la PCI non presenti complicanze.
“Se l’infusione più breve si dimostra efficace come il trattamento standard, sarà possibile risparmiare diverse centinaia di dollari per ogni paziente trattato, abbreviare la durata della degenza ospedaliera e avere probabilmente anche meno complicanze emorragiche”, ha detto Anthony Fung, direttore del Laboratorio di Emodinamica del Vancouver General Hospital, Università del British Columbia (Canada), e autore principale dello studio.
I ricercatori hanno randomizzato in due gruppi 624 pazienti dal Dicembre 2004 al Luglio 2007: il primo gruppo era in trattamento con un’infusione di eptifibatide della durata di 18 ore e l’altro gruppo veniva trattato con una infusione di durata inferiore alle 2 ore. I pazienti si erano presentati per angina stabile (dolore toracico) o per una sindrome coronarica acuta ed erano tutti stati sottoposti a una PCI efficace con impianto di stent non in emergenza. Tutti i pazienti avevano ricevuto il trattamento standard con l’eptifibatide ev durante la procedura di PCI.
Per valutare l’efficacia dei due regimi terapeutici, i ricercatori hanno messo a confronto la frequenza di un danno miocardico periprocedurale nei due gruppi. Il danno miocardico è stato definito come elevati livelli di troponina I dopo la PCI (se i livelli basali erano normali) o come elevati livelli di CKMB (oltre 3 volte il limite superiore della norma) se i livelli basali di troponina I erano elevati.
L’incidenza di danno miocardico ischemico periprocedurale è risultato pari al 30,1% nel gruppo assegnato all’infusione <2 ore, rispetto al 28,3% del gruppo assegnato all’infusione di 18 ore (differenza media 1,8%; limite superiore dell’intervallo di confidenza al 95% 7,8%; p<0,012 per la non inferiorità). L’incidenza di infarto miocardico a 30 giorni è risultata pari al 4,8% nel gruppo con l’infusione <2 ore, rispetto al 4,5% del gruppo con l’infusione di 18 ore (p=NS). Non si è verificato nessun decesso. Il tasso di rivascolarizzazione del vaso target è risultato dello 0,6% in entrambi i gruppi (p=NS). Le emorragie maggiori postprocedurali sono risultate meno frequenti nel gruppo assegnato all’infusione <2 ore (1% vs 4,2%, p=0,02).
“Possiamo concludere che – dopo una PCI non complicata e non in regime di emergenza – l’infusione ev di eptifibatide può essere abbreviata a meno di due ore in assoluta sicurezza”, ha sostenuto Fung. “Si tratta di un regime terapeutico non inferiore rispetto all’infusione standard della durata di 18 ore per quanto riguarda l’efficacia in termini di prevenzione degli eventi ischemici periprocedurali, peraltro associato a una riduzione degli episodi emorragici postprocedurali”.
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