Discussione
I costi della cardiologia interventistica, il fenomeno
della trombosi intrastent e i progressi della tecnologia

W. Weintraub,
USA |
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Durante una apposita news conference nell’ambito del Congresso AHA 2007, due ricercatori hanno discusso del rapporto costo-efficacia delle procedure di rivascolarizzazione coronarica percutanea (percutaneous coronary intervention, PCI) come strategia di trattamento iniziale della malattia coronarica, dell’incidenza del fenomeno della trombosi intrastent e della sicurezza dei nuovi stent disegnati per ridurre le complicanze correlate a questi dispositivi. Soffermandosi sui risultati dell’analisi economica dei dati dello studio COURAGE, William Weintraub (John H. Ammon Chair of Cardiology e direttore del Christiana Center for Outcomes Research, Newark, USA), ha sostenuto che tali dati “sono in perfetta sintonia con i risultati iniziali”.
“Rispetto alla terapia medica ottimale, l’associazione della PCI con la terapia medica ottimale come trattamento di prima scelta per la malattia coronarica stabile non ha un profilo costo-efficacia favorevole”, ha detto Weintraub.
L’analisi costo-efficacia incrementale ha dimostrato che la PCI si associa con un costo di 288.474 dollari statunitensi per anno di vita (aggiustato in rapporto alla qualità della vita) guadagnato. Si tratta di una cifra superiore di ben 10.401 dollari statunitensi rispetto alla spesa correlata alla terapia medica ottimale (TMO), che comprende farmaci e provvedimenti di intervento sullo stile di vita. Il relatore ha precisato che a questa spesa addizionale non corrisponde nessun guadagno significativo in termini di anni (aggiustati in rapporto alla qualità) di vita guadagnati.
In un altro studio, su una popolazione di 8.042 pazienti sottoposti a un numero di PCI non limitato con uno o più stent a rilascio farmacologico, sono stati documentati 83 casi di trombosi intrastent chiara e 127 casi di trombosi intrastent probabile in 210 pazienti. Il dato più significativo circa l’incidenza della trombosi dello stent è che questa non raggiungeva un plateau nell’arco dei due anni considerati, ha detto l’autore dello studio, Ron Waksman, docente di medicina presso la Georgetown University e direttore associato della Divisione di Cardiologia del Washington DC Hospital Center (USA).
Per il periodo compreso fra 30 giorni e due anni dopo l’impianto dello stent, l’incidenza di trombosi dello stent è risultata dello 0,36% per anno per i pazienti che presentavano una trombosi chiara dello stent e dello 0,84% per anno per i pazienti con una trombosi chiara o probabile.
Fra gli eventi correlati alla trombosi chiara o probabile dello stent erano compresi: un maggior tasso di morte precoce (30 giorni), tardiva (un anno) e molto tardiva (2 anni); l’infarto miocardico non Q; la rivascolarizzazione del vaso target. La trombosi dello stent è risultata associata in maniera significativa con una storia di diabete mellito, un infarto miocardico durante il ricovero ospedaliero e l’impianto di uno stent in corrispondenza di una restenosi.
Un altro studio ha posto l’attenzione su nuove e promettenti tecnologie che possono venirci in aiuto per la prevenzione delle complicanze correlate all’utilizzo degli stent. Lo studio PROGRESS-AMS è il primo studio umano di valutazione dell’utilizzo di uno stent assorbibile di magnesio in 63 pazienti presso 8 centri clinici non statunitensi.
Il Dott. Waksman, coinvolto in questo studio, ha riferito che lo stent in magnesio è risultato sicuro a un follow-up di 28 mesi, in assenza di eventi avversi tardivi, così come è stato documentato mediante angiografia coronarica ed ecografia endovascolare.
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