STUDI
La dispersione dell’intervallo Q-T
predice l’outcome dopo PCI

R. De Caterina,
Chieti
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I risultati dello studio con la più ampia casistica su questo tipo di popolazione:
nei recoverer ridotti i livelli di CK-MB periprocedurali e i MACE a 3 anni
La dispersione dell’intervallo Q-T, oltre a rappresentare un fattore di rischio per morte improvvisa nel post-infarto, costituisce un fattore predittivo dell’outcome dopo angioplastica. I pazienti che mostrano un recupero della dispersione dell’intervallo Q-T dopo angioplastica (recoverer) hanno una prognosi migliore a 3 anni valutata come MACE (Major Adverse Cardiovascular Events) rispetto ai non recoverer. È quanto dimostra uno studio, presentato al 67° congresso annuale della Società Italiana di Cardiologia, che ha preso in esame una popolazione di 535 pazienti sottoposti ad angioplastica.
“Con questo studio” ha commentato il Prof. Raffaele De Caterina, Direttore della Cattedra e Scuola di Specializzazione di Cardiologia, Responsabile dell’ Unità di Cardiologia Sperimentale nel Centro Studi per l'Invecchiamento (CeSI) Università degli Studi "G. d'Annunzio" di Chieti, “il nostro gruppo di ricerca sull’interventistica coronaria, coordinato dal Dott. Marco Zimarino, ha valutato la possibilità di identificare i pazienti che hanno prognosi avversa dopo angioplastica, sulla base della dispersione dell’intervallo Q-T”.
Il range dell’intervallo Q-T all’ECG standard di superficie a 12 derivazioni (definito come il Q-T massimo meno il Q-T minimo) si ritiene che rifletta delle differenze spaziali nei tempi di ripolarizzazione miocardica. È noto che l’aumento della dispersione del Q-T dopo un infarto è un fattore di rischio per la morte improvvisa. “Siamo quindi andati a valutare” ha proseguito il Prof. De Caterina, “se il miglioramento della dispersione del Q-T dopo angioplastica fosse in grado di predire un esito favorevole dopo angioplastica stessa. A questo scopo abbiamo preso in esame il Q-T corretto per la frequenza (QTc) e ne abbiamo analizzato la dispersione in 535 pazienti consecutivi, prima dell’angioplastica, 6 ore dopo e 18 ore dopo la procedura. Abbiamo quindi distinto i pazienti in due gruppi: quelli con recupero della dispersione del Q-T e quelli che non mostravano questo recupero, identificando come non recoverer, quelli in cui permaneva una dispersione del Q-T superiore ai 2 msec dopo angioplastica. Successivamente abbiamo effettuato un follow up di oltre 3 anni di questa popolazione che aveva le seguenti caratteristiche: età media di 62 anni, 82% dei pazienti di sesso maschile, 47% con angina instabile, 21% diabetici. Le caratteristiche cliniche e procedurali dei due gruppi, recoverer e non, erano molto simili. La liberazione di CK-MB, indice di danno periprocedurale, risultava significativamente più bassa nei recoverer rispetto ai non recoverer. I MACE (mortalità cardiovascolare, infarto, successive procedure di rivascolarizzazione) sono risultati significativamente più elevati nei soggetti che non avevano mostrato un recupero della dispersione del Q-T”.
La dispersione del Q-T diminuisce in media dopo una rivascolarizzazione miocardica con angioplastica ma diminuisce soprattutto dopo un’angioplastica di successo, che consente di rivascolarizzare territori importanti del miocardio e di ridurre quindi le disomogeneità spaziali di ripolarizzazione miocardica. “Il recupero della dispersione dell’intervallo Q-T” ha concluso il Prof. De Caterina, “identifica dunque una popolazione di pazienti a prognosi migliore rispetto a quella dei pazienti che al contrario dopo angioplastica non mostrano un recupero di questa dispersione”.
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