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Digestive Disease Week 2006
Los Angeles, California, 20-25 maggio 2006

21 maggio

EPATITE C
Nuove terapie in arrivo
Un nuovo agente antivirale, la valopicitabina, si dimostra promettente in soggetti precedentemente non responsivi (abstract)


P. Pockros, USA
 
Oltre il 50% dei soggetti affetti da epatite C viene infettato da ceppi virali che non rispondono ai trattamenti attualmente disponibili, ne’ esistono delle alternative terapeutiche efficaci. Ora, l’associazione tra un nuovo agente antivirale, la valopicitabina, con il peg-interferone (pegIFN) si dimostra promettente per l’eradicazione virale in questi soggetti. Alla Digestive Disease Week 2006 di Los Angeles (California, USA), il Dott. Paul Pockros (Scripps Clinic, California, USA) ha presentato i risultati preliminari di un nuovo studio che ha confrontato gli outcome terapeutici della valopicitabina, da sola o in associazione con pegIFN, con un gruppo di controllo trattato con un’associazione di pegIFN e ribavirina (RBV).

“La valopicitabina (NM283) è il primo dei farmaci antiepatite C di nuova generazione a entrare nella fase II di studio sia in soggetti mai sottoposti a trattamento, sia nei non-responders” ha affermato il Dott. Pockros. “Ha un vantaggio di circa sei mesi, rispetto agli altri farmaci di questa classe”. La valopicitabina è un inibitore nucleosidico della polimerasi del virus dell’epatite C, che agisce interrompendo la catena dell’RNA. Questo profarmaco ha un’elevata biodisponibilità, e mostra un’attività antivirale a dosi comprese tra 200 e 800 mg.

Scopo di questo studio in corso, di fase IIb, era quello di confrontare l’efficacia antivirale e il profilo di sicurezza di tre diversi schemi posologici con valopicitabina (400 mg/die; 800 mg/die; aumento da 400 a 800 mg/die) in associazione con pegIFNa-2a, rispetto alla valopicitabina da sola (800 mg/die) e all’associazione peg-IFNA-2a più RBV (gruppo di controllo).

Tutti i soggetti dello studio erano affetti dal genotipo 1 dell’HCV, e non erano mai risultati PCR negativi nelle 12 settimane della precedente terapia con pegIFN e RBV. Sono stati complessivamente randomizzati per uno dei gruppi di trattamento 190 soggetti, 178 dei quali trattati con il farmaco indagato (popolazione ITT). I criteri di risposta virale sono stati fissati a 4 settimane (riduzione logaritmica di 0,5), 12 settimane (riduzione logaritmica di 1,0), e a 24 settimane (riduzione logaritmica di 2,0).

Alla 24a settimana rimanevano nello studio 162 soggetti trattati con il farmaco indagato. I risultati hanno mostrato dei maggiori tassi di risposta per i bracci del trattamento di associazione con le due dosi più elevate, rispetto al gruppo di controllo, con una riduzione logaritmica media di 2,5-3,0 dell’HCV-RNA alla 24a settimana (Tabella 1). In nessun paziente si è verificato un breakthrough virale; tuttavia, tre soggetti trattati con la dose più elevata di valopicitabina (800 mg) hanno presentato vomito e disidratazione severa con necessità di ricovero, inducendo la sospensione del trattamento con tale dose, nello studio.

Tabella 1: Attività antivirale a 24 settimane

Gruppo di trattamento

N

Riduzione media dell’HCV-RNA (log10 IU/ml)

Riduzione logaritmica >2 Numero (%)

PCR Neg
Numero (%)

A: NM283 in monoterapia

21

0,46

0

0 (0%)

B: NM283 400 + pegIFN

41

2,45

23 (56%)

7 (17%)

C: NM283 400-800 + pegIFN

41

2,99*

30 (73%)*

5 (12%)

D: NM283 800 + pegIFN

41

3,29*

29 (71%)*

10 (24%)

E: pegIFN + RBV ritrattamento

34

2,27

16 (47%)

6 (18%)*

* p<0,02 versus pegIFN + RBV (confronto di C e D con E)

* A 24 settimane, la carica virale residua (livello mediano di HCV-RNA) è circa 1,8 log10 maggiore nel braccio di controllo E rispetto ai bracci delle dosi elevate di NM283 (C e D).

“I dati sono promettenti, in quanto le dosi più elevate di valopicitabina hanno mostrato una risposta virologica migliore rispetto a quanto fosse mai stato visto in precedenza con uno schema di ritrattamento” ha detto il Dott. Pockros. “Sfortunatamente, le dosi più basse non sembrano fornire risultati superiori rispetto a quelli ottenuti in precedenza. Ora dovremo provare ad aggiungere questo farmaco all’associazione di pegIFN e ribavirina nei soggetti non responsivi, per vedere se si ottengono benefici ulteriori”.

Con l’associazione valopicitabina più peg-IFN si sono registrati frequenti episodi di nausea. Quattro soggetti (3%) hanno interrotto lo studio per la comparsa di effetti collaterali gastrointestinali. Sono stati riferiti complessivamente 24 eventi avversi gravi potenzialmente riferibili alla valopicitabina, tra cui anemizzazioni, coliti, disidratazione, astenia, pancreatiti e batteriemie da Gram-negativi dovute a infezioni del tratto urinario superiore. Non è stata riferita tossicità ematologica nel braccio della valopicitabina in monoterapia.

“Nei pazienti non responsivi ai trattamenti attualmente disponibili questa nuova associazione terapeutica può produrre risultati eccellenti, al massimo dosaggio tollerabile” ha concluso il Dott. Pockros. “La prosecuzione del trattamento stabilirà se questi incoraggianti dati preliminari si confermeranno con risposte durature”.

 
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