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Cancro del rene
Dall’ombra alla luce
Il trattamento del cancro del rene evolve rapidamente. Sempre più precoce, si avvale soprattutto di trattamenti locali e l’arrivo di nuovi trattamenti sistemici è riservato oggi alle forme avanzate
L’impiego crescente dell’imaging addominale è verosimilmente il primo responsabile dell’aumento del numero di diagnosi precoci di cancro del rene. In effetti, all’inizio degli anni ’70 con queste tecniche venivano scoperti dal 7 al 13% dei tumori renali, contro il 43-66% dei nostri giorni, in particolare grazie all’ecografia e alla TAC. Questa precocità diagnostica si accompagna ad un’evoluzione della stadiazione che non è stata realmente studiata fino ad oggi.
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C. Kane, USA |
Christopher Kane e collaboratori (Stanford, USA) hanno esaminato il National Cancer Data Base (NCDB) per un periodo di 10 anni. Prima di tutto qualche parola sul NCDB. Si tratta di un data base colossale che comprende circa il 75% di tutti i tumori di nuova diagnosi negli Usa su una base di 1400 registri. Comprende oltre 17 milioni di casi di cancro, registrati tra il 1985 e il 2003. Nell’ambito di questo data base sono stati analizzati i tumori renali diagnosticati nei soggetti di oltre 16 anni tra il 1993 e il 2003. Kane e il suo gruppo si sono rimboccati dunque le maniche ed hanno individuato così 184.508 pazienti.
Evoluzione della stadiazione del cancro renale
Tra il 1993 e il 2003 si è constatato un aumento degli stadi I e una riduzione degli stadi II, III, IV (p<0,001). Le dimensioni dei tumori in stadio I risulta altresì diminuita da una media di 4,1 cm nel 1993 a 3,7 cm nel 2003. Il punto della questione è ormai come individuare, tra le masse renali, i pazienti in stadio I che richiedono un trattamento? Tra i trattamenti, quali sono i trattamenti locali che danno i migliori risultati? Sul piano pratico, come trattare queste piccole masse neoplastiche? Crioablazione, laparoscopia percutanea, nefrectomia parziale, ablazione per radiofrequenza? La questione non è ancora chiarita, ma secondo Christopher Kane “si nota un interesse per le terapie focali”.
Piccole masse: non vale la pena correre
Tra le diverse comunicazioni su questo tema, Daniel McRackan e collaboratori hanno presentato un lavoro mirato a valutare il rischio che si corre allorché si renda necessario rifiutare un intervento per un tumore renale in stadio I di piccole dimensioni (< 3,5 cm), per esempio a causa di una condizione di comorbilità. Sulla base di una serie di 43 pazienti, i chirurghi sono intervenuti entro una media di 13 mesi. Gli autori concludono che la ‘sorveglianza attiva può rappresentare un’opzione ragionevole per alcuni pazienti. Un intervento ritardato non sembra aver un impatto clinico e/o patologico. I pazienti che hanno avuto bisogno di un intervento durante la sorveglianza erano più giovani e avevano delle masse che progredivano più rapidamente.
Anti-tirosin kinasi: di nuovo all’orizzonte
Il tumore renale è due volte più frequente tra gli uomini che tra le donne; questo tumore inoltre è il 7° come ordine di frequenza nell’uomo e arriva ad interessare ogni anno 40.000 persone in Europa. Circa 20.000 muoiono a causa di questa neoplasia ogni anno. È dunque comprensibile che l’arrivo di farmaci sistemici efficaci sia particolarmente auspicabile. Christopher Kane ha parlato “dell’arrivo del sorafenib e del sunitinib, prodotti di recente approvati dalla Food and Drug Administration”. Si tratta di inibitori della tirosin kinasi. Sorafenib e sunitinib “sono in grado di bloccare la crescita tumorale bloccando gli enzimi necessari alla crescita cellulare e bloccando il flusso ematico che alimenta il tumore”. Una sorta di duplice effetto. Questi farmaci sono in grado di distruggere le cellule tumorali ancora presenti dopo l’intervento chirurgico e rendono particolarmente speranzosi. Resta ancora da stabilire come utilizzarli in maniera ottimale.
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Subito dopo l’inizio dell’AUA, abbiamo intervistato in proposito Bernard Escudier (Villejuif, Francia). Egli ha di recente presentato al congresso ECCO13 di Parigi i risultati di uno studio di fase 2 sul sorafenib, lo studio TARGETS (Treatment Approaches in Renal Cancer Global Evaluation Trial). In questo studio, 903 pazienti non operabili o metastatizzati in seguito al fallimento di un primo trattamento sono stati assegnati a sorafenib o a placebo. La sopravvivenza libera da recidive è risultata migliorata del 50% in maniera significativa nel braccio sorafenib versus placebo, mentre è stato registrato un trend positivo nella sopravvivenza globale.
Per il momento questi prodotti sono indicati nei tumori avanzati refrattari alle citochine, ma si attendono nuove prove, in particolare da uno studio in terapia adiuvante condotto dall’ECOG (Eastern Cooperative Oncology Group) che ha confrontato sorafenib e sunitinib versus placebo nei pazienti ad alto rischio ma non ancora metastatizzati. Questo studio mira a dimostrare l’efficacia di questi farmaci somministrati precocemente sulla sopravvivenza; dopo un trattamento di 6 settimane, i pazienti saranno valutati periodicamente per un periodo di 6 anni.
Ne sapremo di più tra qualche giorno in occasione della prossima edizione dell’ASCO che si terrà ad… Atlanta. Informazioni che tutti voi siete chiaramente invitati a seguire in diretta su congressomedico.it.
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