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« L’ematuria consente di valutare la presenza di cancro della vescica prima che questo diventi invasivo”
Edward Messing
Rochester, USA -
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Cancro della vescica
Primi passi verso uno screening di massa
Prima viene scoperto, migliore è la prognosi del cancro della vescica. È con questo spirito che un gruppo americano ha valutato l’importanza di uno screening effettuato attraverso l’autodiagnosi di microematuria mediante strisce reattive urinarie
Il gruppo di Edward Messing (Rochester, USA) aveva già dimostrato nel 1995 che l’auto screening di ematuria attraverso strisce reattive consente di riconoscere la presenza di un cancro della vescica in uno stadio precoce. Resta ancora da capire se l’individuazione all’inizio della sua evoluzione consente di ridurre la mortalità per questo tipo di tumore. Sono stati dunque messi a confronto gli andamenti a lungo termine dei tumori della vescica scoperti grazie alle strisce reattive, rispetto a quelli individuati attraverso altre metodiche.
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E. Messing, USA |
La coorte studiata comprendeva 1575 uomini sani, con età superiore ai 50 anni che effettuavano una rilevazione quotidiana dell’ematuria, attraverso l’autodiagnosi ripetuta (2 settimane per 2 volte a distanza di 9 mesi). Ogni test positivo faceva scattare l’iter diagnostico classico per cause di ematuria. Gli stadi e i gradi dei tumori della vescica, scoperti attraverso lo screening o meno, sono stati letti da uno stesso anatomopatologo che li ha ripartiti in tre gruppi: grado lieve (G1+2), alto grado (G3) o invasivi. Un secondo gruppo di controllo era costituito da 509 pazienti ai quali era stata fatta diagnosi di cancro della prostata nel corso dell’anno 1988 nello stato del Wisconsin.
Le percentuali di cancro della vescica di grado lieve o alto sono risultate confrontabili nei due gruppi di pazienti ma, tra quelli di alto grado individuati grazie allo screening, solo il 10% sono risultati invasivi (T2), contro il 60% degli altri (p<0,007). Al termine dei 14 anni di follow-up medio nessuno degli uomini sottoposti a screening era deceduto e, al momento, il 57% di loro sono ancora in vita, con una sopravvivenza media di 8,8 anni per il 43% dei deceduti. Nell’altro gruppo (non screenati), il 20,4% risultavano deceduti, con una sopravvivenza media di 1,78 anni. Analogamente, la mortalità globale per tutte le cause, risultava inferiore nel primo gruppo (43% contro il 74%, p<0,02), in particolare per l’assenza di decessi da cancro della vescica. “Questi risultati” ha concluso Edward Messing, “fanno pensare che l’autoscreening rappresenti un modo per migliorare la prognosi dei tumori della vescica, consentendo di individuarli in uno stadio più precoce”.
Ci si è quindi posta la domanda di cosa fare in presenza di una microematuria asintomatica, il cui bilancio iniziale sia negativo. Fino ad oggi, la prudenza lo richiede, le raccomandazioni americane sconsigliano di lasciare questi pazienti senza stretti controlli in presenza di sangue nelle urine, anche se in modesta quantità e senza che ne sia stata determinata la causa. Qualora il bilancio dell’ematuria fosse negativo, viene raccomandato di praticare delle cistoscopie per qualche anno, alla ricerca di un eventuale tumore.
Approfittando del suo studio prospettico di autodiagnosi della microematuria, il gruppo di Edward Messing ha studiato l’evoluzione dei pazienti con microematuria senza causa apparente sul piano del bilancio eziologico (234 sui 1575 arruolati). Al termine dei 14 anni dello studio, solo 2 pazienti avevano sviluppato un cancro della vescica (0,85%), percentuale analoga a quella della popolazione generale. Sembra dunque che il rischio di sviluppare un cancro della vescica resti molto basso in presenza di una microematuria inspiegabile. E sembra dunque saggio non spingersi oltre con gli esami in presenza di questa scoperta fortuita, con un bilancio di esplorazione negativo. Le raccomandazioni francesi sono dunque giustificate e confortate dai risultati di questo studio americano.
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