Inibitori dell’aromatasi
Occhio all’osso!
Sulla scala del rapporto rischio/beneficio le alternative al tamoxifene possiedono un impatto significativo sulla massa ossea, secondo quanto osservato in due studi presentati all’ASCO 2006
Gli inibitori dell’aromatasi possiedono una parziale attività estrogenica che ne spiega gli effetti potenziali sul metabolismo osseo; due lavori presentati ad Atlanta forniscono informazioni specifiche sul loro impatto reale, e sul ruolo dei livelli di vitamina D sulla densità ossea.
Anastrazolo e densità minerale ossea

Judith Bliss, UK |
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Un protocollo ausiliario dello studio ha valutato le modificazioni in termini di densità minerale ossea (BMD, bone mineral density) in 167 donne in post-menopausa sottoposte a intervento per carcinoma della mammella, trattate successivamente con terapia adiuvante; 81 di queste pazienti sono state trattate con anastrazolo, e 86 con tamoxifene.
I rilievi di BMD sono stati effettuati a livello del collo del femore e della colonna lombare prima dell’inizio della terapia, e a distanza di 1, 2 e 5 anni. Dopo 5 anni di trattamento la riduzione della BMD è stata del 6,1% a livello lombare, e del 7,2% a livello del collo del femore, nelle donne trattate con anastrazolo; le donne trattate con tamoxifene hanno mostrato un incremento della BMD rispettivamente del 2,8% e dello 0,7%.
Judith Bless, che ha presentato tali risultati, ha sottolineato come la riduzione della BMD attribuibile all’invecchiamento, in quel periodo, fosse del 2–3 % circa. Un’analisi più dettagliata dei dati ha rivelato che nessuna delle donne con una normale BMD all’inizio del trattamento è divenuta osteoporotica.
Il messaggio chiave che deriva da questo studio è che la BMD delle pazienti trattate con un inibitore dell’aromatasi andrebbe valutata prima di iniziare la terapia, allo scopo di identificare le pazienti a rischio. Per questi soggetti è buona norma svolgere una vita attiva e assumere, quando necessario, calcio e vitamina D, o addirittura dei bisfosfonati.
Presentati i dati relativi a exemestane e vitamina D

Per Lonning,
Norvegia |
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Fu la scoperta di una perdita di massa ossea superiore al previsto nel gruppo placebo di uno studio scandinavo a indurre i ricercatori a cercare di scoprirne le cause. Lo studio in questione aveva arruolato 147 donne in post-menopausa sottoposte ad asportazione completa di un carcinoma della mammella in stadio precoce, o di un carcinoma canalicolare in situ, considerate a basso rischio di ripresa attiva di malattia. A seconda della randomizzazione, queste donne sono state trattate per 2 anni con exemestane alla dose di 25 mg/die (n=73) o con placebo (n=74).
Un’analisi della condizione vitaminica di queste donne ha dimostrato, nella maggioranza di esse (88%), dei livelli di vitamina D al di sotto della soglia di normalità, vale a dire 30 ng/ml. I risultati, presentati da Per Lonning mostrano (come prevedibile) una riduzione in termini di BMD superiore nelle donne trattate con exemestane, ma con una differenza relativamente contenuta nei confronti delle pazienti trattate con placebo.
La BMD tende a risultare maggiormente compromessa nelle donne con livelli di vitamina D inferiori a 30 ng/ml. Soprattutto, è importante tenere conto del fatto che il gruppo di donne con normali livelli di vitamina D è estremamente ridotto, solamente 13 pazienti, rendendo necessaria una certa prudenza nell’analisi di tali dati.
Per i ricercatori, pur non potendosi ricavare alcuna conclusione definitiva, i dati registrati dovrebbero incentivare a condurre maggiori ricerche in questo settore. Nel frattempo, non è certamente proibito somministrare un’integrazione di vitamina D alle donne in post-menopausa.
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