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“L’età non rappresenta un ostacolo per le cure”
Yolonda Colon, USA
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Qualità assistenziale
Perorate all’ASCO la condivisione delle informazioni e l’appropriatezza delle cure
Gli ostacoli all’ottimizzazione dei trattamenti antitumorali sono moltissimi; tra quelli messi in rilievo all’ASCO 2006 emergono le scarse conoscenze relative ai vantaggi della chemioterapia adiuvante e l’inadeguatezza del rapporto tra età e intensità di cure. Problemi per i quali esistono soluzioni semplici
Assistenza primaria, ignoranza e fatalismo
Una vasta indagine condotta nel Wisconsin (USA) ha valuto la disponibilità di 1132 medici dell’assistenza primaria a inviare a visita oncologica i pazienti con recidiva tumorale, a seconda che si trattasse di un carcinoma della mammella o di una neoplasia polmonare.
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Timothy Wassenaar,
USA |
I risultati, riferiti da Timothy Wassenaar (Abstract 7041), indicano che i pazienti affetti da recidiva di carcinoma della mammella hanno maggiori probabilità di essere inviati a visita specialistica, rispetto a quelli con una recidiva neoplastica polmonare (rispettivamente 25% versus 11%; p<0,001).
L’indagine ha rilevato che il motivo principale per cui i soggetti che presentano un carcinoma del polmone perdono tale chance sembra essere la mancata comprensione dei benefici forniti dalla chemioterapia, in termini di sopravvivenza. Solamente il 30% dei medici di base intervistati sarebbe a conoscenza del fatto che la chemioterapia può prolungare la sopravvivenza, nel caso di recidiva di carcinoma del polmone.
La situazione sembra migliore per il carcinoma mammella, anche se non è il caso di assumere atteggiamenti trionfalistici: solamente il 39% di coloro che hanno risposto ha affermato di sapere che la chemioterapia può aumentare la sopravvivenza in caso di recidiva tumorale mammaria.
Oltre alle differenze in termini di richieste di visita specialistica per i due tipi di neoplasie, il messaggio chiave che emerge è che i benefici di sopravvivenza derivanti dalla chemioterapia sono nettamente sottostimati dalla stragrande maggioranza dei medici dell’assistenza primaria, una situazione che può rivelarsi dannosa per i pazienti. Sono necessarie maggiori conoscenze e un’informazione migliore per contrastare adeguatamente tale atteggiamento fatalista.
La fragilità del soggetto anziano

Carmela Pepe, Canada |
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I dati di un trial clinico che aveva confrontato la chemioterapia con la semplice osservazione nei pazienti sottoposti all’asportazione chirurgica completa di un carcinoma polmonare non a piccole cellule hanno consentito a un team canadese di esaminare la sopravvivenza e la tossicità associate a una chemioterapia basata sull’età: 65 anni o meno (n=327) versus ultrasessantacinquenni (n=155). I risultati dell’analisi, riferiti da Carmela Pepe (Abstract 7009), indicano che, in proporzione, una quota inferiore di soggetti ultrasessantacinquenni ha ricevuto degli schemi di chemioterapia a dosi piene, con una conseguente intensità posologica inferiore rispetto a quella riservata ai pazienti più giovani.
La tollerabilità non sembra il fattore alla base di tale sottodosaggio; i dati non indicherebbero differenze di tossicità ematologica o di altro genere tra i vari gruppi di età, e non sono state riferite diversità di ricorso ai fattori di crescita o al ricovero. Chiaramente, la tossicità non rappresenta un fattore limitante per l’impiego della chemioterapia negli anziani. Le differenze rilevate potrebbero derivare da decisioni personali dei pazienti (magari incoraggiate o approvate dai medici) di non proseguire la terapia.
Questo atteggiamento è ancor più dannoso se si considera che la chemioterapia somministrata agli ultrasessantacinquenni, nonostante le dosi subottimali, si traduce in un vantaggio di sopravvivenza complessiva del 20%, rispetto ai soggetti del braccio osservazionale (rispettivamente 66% versus 46%; p=0,04). La lezione che possiamo trarne è semplice: l’età, di per sé, costituisce un motivo insufficiente e inadeguato per esitare a fornire una chemioterapia ottimale.
Eccessivi ritardi nei trattamenti aggressivi; non abbastanza precoci le cure di supporto

Craig Earle, USA |
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Una rassegna dei dati di somministrazione, in un arco temporale di 10 anni, mostrano che sempre più pazienti oncologici ricevono dei trattamenti aggressivi al termine della loro esistenza, probabilmente non più appropriati per le loro condizioni. Il dato emerge da una ricerca condotta da Craig Earle, il quale ha riferito un incremento dei casi di somministrazione di chemioterapia nel corso delle 2 settimane precedenti il decesso, e di ricovero in reparti di terapia intensiva nell’ultimo mese di vita. Nello stesso tempo non viene organizzata tempestivamente la terapia di supporto, posticipandola ben oltre l’epoca in cui dovrebbe essere iniziata (riservandola spesso agli ultimi 3 giorni di vita).
Questo trend di crescente aggressività terapeutica e di ritardo delle terapie di supporto, che tradisce una mancanza di interesse nei confronti del paziente, richiama la nostra attenzione sulla necessità di discutere onestamente con le famiglie del ruolo e dei limiti delle terapie antitumorali, e parallelamente del contributo che può essere fornito dalle terapie di supporto per quanto riguarda la sintomatologia e la qualità di vita dei pazienti.
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