Allarme Cuore
Solo 1 paziente su 2 segue le cure dopo l’infarto
Dimezzato il rischio di un secondo infarto per chi modifica il proprio stile di vita e si sottopone a controlli frequenti dal medico. Lo dimostra lo studio GOSPEL presentato dall’ANMCO. Ma sono ancora pochi i pazienti che rispettano le regole. Dopo l’infarto solo uno su due segue le cure, meno del 50% corregge le proprie abitudini alimentari, e appena uno su 10 dice addio alla sigaretta
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Chi ha subito un attacco cardiaco può prevenire un ulteriore infarto e inaugurare una nuova vita di buone e sane abitudini. Purtroppo non sempre gli italiani ci riescono: dopo 6 mesi, appena il 40% di chi ha avuto un infarto, segue ancora le terapie prescritte dal cardiologo. Se invece medici e pazienti non abbassano la guardia ma si impegnano insieme il rischio di un secondo evento cardiovascolare si riduce della metà. Soprattutto, i controlli clinici frequenti e programmati e un intervento educativo continuo e strutturato, permettono ai pazienti di acquisire finalmente uno stile di vita sano e li motivano a seguire con costanza le terapie.
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La dimostrazione arriva, per la prima volta, dai risultati dello studio GOSPEL (GlObal Secondary Prevention strategiEs to Limit event recurrence), presentato in occasione del XXXVII congresso dell’ANMCO. La ricerca (Figura 1) è stata condotta presso 78 Centri cardiologici ospedalieri italiani su 3241 pazienti con un’età media di 57 anni, che avevano subito un infarto del miocardio nei 3 mesi precedenti l’ingresso nello studio (Figura 2). Dopo le prime 3-6 settimane dalla dimissione dall’ospedale, i partecipanti sono stati divisi in due gruppi per seguire due diversi programmi: la strategia standard, che prevedeva nel primo anno visite di controllo una volta ogni 6 mesi, seguite poi da richiami annuali, e il programma di intervento intensivo, che richiedeva controlli mensili nel primo semestre, seguiti da una visita ogni 6 mesi nei 3 anni successivi. Ogni visita prevedeva una o più sedute di allenamento fisico e soprattutto un programma breve (due, tre sedute) di educazione alla salute per incoraggiare i singoli pazienti a proseguire la terapia raccomandata, acquisire e mantenere abitudini alimentari corrette e un buon controllo del peso, smettere di fumare, gestire al meglio lo stress e aumentare l’attività fisica. In altri termini, ogni incontro è stata l’occasione buona per ribadire l’importanza di uno stile di vita sano, anche e soprattutto dopo un infarto.
Dopo 3 anni, i pazienti che hanno seguito i controlli si sono rivelati molto più ligi alle regole e hanno guadagnato in salute, prima di tutto dimezzando il rischio di un nuovo infarto. “Va detto che i partecipanti allo studio GOSPEL sono pazienti a rischio cardiovascolare relativamente basso” ha precisa Pantaleo Giannuzzi, coordinatore dello studio e direttore della Divisione di Cardiologia riabilitativa dell’Istituto Scientifico di Veruno della Fondazione Maugeri. “Sono infatti abbastanza giovani, gli obesi sono solo il 15% e gli ipertesi il 44%. Tutto ciò implica che in pazienti a più alto rischio cardiovascolare o semplicemente più anziani, ovvero nella gran parte dei soggetti colpiti da infarto, la riduzione del rischio cardiovascolare e i benefici possibili sarebbero ancora maggiori” (Figura 3 e Figura 4).
Lo studio GOSPEL dimostra che l’alleanza fra cardiologo e paziente riesce a ottenere ottimi esiti anche in termini di aderenza alla terapia. I pazienti che hanno partecipato al programma intensivo sono risultati infatti più propensi a seguire le terapie a base di farmaci rispetto a chi è stato controllato meno spesso dai cardiologi: uno su due ha continuato ad assumere regolarmente ACE-inibitori per la prevenzione secondaria e ben 8 su 10 hanno proseguito le cure con aspirina o statine. “Un risultato che non è affatto scontato” ha commentato Giannuzzi: “non sempre infatti un infarto è un campanello d’allarme sufficiente a convincere un paziente a curarsi: Dopo un evento cardiovascolare solo un italiano su due segue con costanza le terapie a base di farmaci per tenere sotto controllo la pressione e il colesterolo. Ancora più difficile riuscire a cambiare vita e adottare abitudini più sane: meno del 50% degli italiani che hanno avuto un infarto modifica le proprie abitudini alimentari per ridurre il peso corporeo e pochissimi decidono di dire addio alla sigaretta”.
Basta però uno stretto contatto con il medico per trovare la spinta giusta e seguire le regole salva-cuore. I dati dello studio GOSPEL dimostrano che gli effetti sullo stile di vita dei pazienti sono davvero significativi: il 90% di chi ha partecipato al programma intensivo pratica un’attività fisica di intensità medio-alta a 3 anni dall’infarto, il 65% segue una dieta mediterranea sana, in grado di mantenere sotto controllo il peso corporeo e fornire nutrienti preziosi per la prevenzione delle malattie cardiovascolari. Non solo: il 55% dei pazienti ha imparato a gestire meglio lo stress e affronta la vita in maniera più positiva rispetto al passato (Figura 5).

G. Di Pasquale |
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“L’infarto potrebbe rivelarsi una molla a cambiare vita in meglio, se la fase successivo all’evento viene gestita in maniera adeguata” ha puntualizzato Giuseppe Di Pasquale, presidente ANMCO. “Essere seguiti da vicino e con regolarità attraverso un programma che preveda specifiche sessioni di educazione a uno stile di vita sano e di incoraggiamento a proseguire sulla strada del cambiamento può realmente fare la differenza. I risultati dello studio GOSPEL dimostrano che è importante insistere, ripetere ai pazienti le regole per un cuore in buona salute”. E ha concluso: “Non possiamo pensare di modificare i comportamenti sbagliati con una chiacchierata una volta ogni tanto. La prevenzione secondaria può infatti funzionare solo se c’è un impegno costante da parte di medici e pazienti: cambiare abitudini è molto difficile, ma è uno dei metodi migliori per garantirsi la salute del sistema cardiovascolare, anche quando si è già subito un attacco cardiaco”.
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