Donne e salute
Individuati fattori di rischio inattesi
Che le donne cardiopatiche abbiano in genere una prognosi peggiore rispetto agli uomini è un fatto ben noto, ma la ricerca più recente si sta occupando sempre più di nuovi fattori di rischio, inconsueti, ma potenzialmente molto importanti. Ridotti livelli di testosterone, l’esecuzione di un intervento di bypass in CEC, un’ansia eccessiva e un trattamento insufficiente nella prevenzione secondaria possono, ciascuno indipendentemente, avere un impatto negativo sulla prognosi delle donne.
Alcuni studi provocatori, presentati alla conferenza stampa di Domenica, suggeriscono che i fattori di rischio e i sistemi di punteggio attualmente ritenuti validi per le donne devono essere riesaminati, visto che sono stati identificati e sviluppati in un’era in cui le donne erano rappresentate in maniera insufficiente nella ricerca clinica, ha sostenuto la moderatrice Ann Bolger, docente di medicina clinica presso la University of California/San Francisco e responsabile dell’American Heart Association Council on Clinical Cardiology.
Deficit di testosterone
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Le donne in fase post-menopausale con ridotti livelli di testosterone hanno un rischio doppio di infarto miocardico, rivascolarizzazione chirurgica e morte rispetto alle donne con livelli più elevati, ha riferito Gail A. Laughlin, assistente di medicina preventiva e della famiglia alla University of California, San Diego/La Jolla.
Uno studio della durata di 20 anni su 678 donne di età compresa fra 50 e 90 anni ha documentato che ridotti livelli di testosterone sono più frequenti nelle donne più giovani, non fumatrici e in quelle sottoposte a isterectomia o ovariectomia bilaterale.
“Non vogliamo dire che elevati livelli di testosterone siano protettivi” ha detto Laughlin. “Tuttavia, perfino dopo aver aggiustato i dati per i fattori confondenti, le donne con un testosterone ridotto presentavano un rischio significativamente più elevato di coronaropatia pre-esistente, di eventi coronarici specifici e di morte precoce per cardiopatia rispetto alle donne con livelli più elevati, indipendentemente dai livelli degli altri ormoni, dalla presenza o assenza di diabete e dalla condizione delle ovaie”.
Meno eventi sfavorevoli con la chirurgia a cuore battente
L’utilizzo della chirurgia a cuore battente sembra neutralizzare la disparità nelle complicanze e nei decessi delle donne rispetto agli uomini in seguito a un intervento di bypass aortocoronarico, ha affermato John D. Puskas, responsabile della cardiochirurgia dell’Emory Crawford Long Hospital e responsabile associato della chirurgia cardiotoracica della Emory University di Atlanta. Si tratta di uno studio retrospettivo, che ha passato in rassegna i fattori di rischio e gli eventi clinici dopo eventi cardiaci maggiori in 11.413 procedure di bypass.
“Un numero sproporzionatamente inferiore di donne ha presentato eventi cardiaci maggiori con la chirurgia a cuore battente, oltre a meno decessi e ictus – al punto da annullare la disparità legata al sesso rispetto agli uomini” ha riferito Puskas.
L’ansia peggiora gli eventi
Uno studio multinazionale su 879 pazienti suggerisce che l’ansia comporta un tasso di complicanze più elevato nel post-infarto nelle donne. Tutti i pazienti sono stati sottoposti a test sull’ansia entro 72 ore dal ricovero ospedaliero.
“Livelli più elevate di ansia nelle donne sono risultati strettamente associati sia con il tasso di complicanze che con una differenza delle complicanze fra i due sessi” ha sostenuto Debra K. Moser, docente presso la scuola infermieristica della University of Kentucky, a Lexington.
La Moser ha riferito che il 30% delle donne ha presentato ansia dopo l’infarto miocardico rispetto al 22% degli uomini e che le donne ansiose avevano un rapporto di rischio per le complicanze del 30% più elevato.
“La buona notizia è che i farmaci per l’ansia hanno ridotto le complicanze sia negli uomini che nelle donne”, ha concluso.
Una prevenzione secondaria meno aggressiva
Le donne con una patologia cardiovascolare ricevono una terapia di prevenzione secondaria meno aggressiva rispetto agli uomini, compresi un minor tasso di terapia ipolipemizzante (62,6 rispetto a 67,1%) e antiaggregante (76,6 rispetto a 85%).
Lo studio sulla disparità nella prevenzione secondaria, condotto da Leslie Cho, direttrice del Women’s Cardiovascular Center e direttrice medica del centro di cardiologia preventiva e riabilitazione della Cleveland Clinic Foundation, ha seguito 2462 uomini e donne per 7 anni.
La Cho ha sottolineato che i dati sono reali, anche se l’età media delle donne era superiore rispetto a quella degli uomini, le donne erano affette in maggior misura da ipertensione e i loro livelli basali di proteina C-reattiva e di colesterolo totale e LDL erano statisticamente superiori.
La Cho ha aggiunto che sia gli uomini che le donne erano trattati in maniera insufficiente rispetto a quanto raccomandato nelle linee-guida.
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