Defibrillatori impiantabili
Il destino dei defibrillatori postmortem:
i pazienti ignorano le possibili alternative
Uno studio di popolazione presentato all’AHA 2006 ha evidenziato La maggior parte dei pazienti non ha la minima idea di ciò che accade al defibrillatore impiantabile di cui sono portatori dopo la morte. James N. Kirkpatrick, della University of Pennsylvania di Philadelphia (USA) ha sostenuto che i tre quarti dei soggetti intervistati sarebbero a favore della possibilità di stipulare un “testamento del defibrillatore”, che sancisca cosa vorrebbero che accadesse al proprio device dopo la morte.
Tuttavia, è emerso subito un evidente conflitto fra il desiderio di restituire il dispositivo alla casa produttrice al fine di migliorare l’affidabilità dei defibrillatori prodotti nel futuro e il desiderio di donare l’apparecchio per poterlo utilizzare nei paesi in via di sviluppo “si tratta evidentemente di due scelte mutuamente esclusive” ha notato Kirkpatrick.
La messa a punto di direttive precise sarebbe di grande aiuto per gli operatori delle pompe funebri, che non sanno come comportarsi con i dispositivi impiantabili. Uno studio precedente su operatori delle pompe funebri – presentato al congresso 2006 dell’American College of Cardiology – ha rilevato che molti di loro non conoscono le varie opzioni possibili.
La Heart Rhythm Society raccomanda la restituzione alla casa produttrice
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"Quando muore un paziente, non sappiamo se ciò sia dovuto a un malfunzionamento del defibrillatore oppure a qualcos’altro” ha spiegato Kirkpatrick. "E non sapremo mai cosa è accaduto se non abbiamo la possibilità di analizzare il defibrillatore. La sua rimozione e restituzione all’industria potrebbe essere d’aiuto a migliorare l’affidabilità dei prodotti futuri” ha sostenuto. Le linee-guida pubblicate il mese scorso dalla Task Force della Heart Rhythm Society propongono la regola di rimuovere e restituire i device alla casa produttrice dopo il decesso di un paziente.
Al momento attuale negli USA i defibrillatori vengono per la maggior parte sepolti con il paziente deceduto. In caso di cremazione, i device devono essere rimossi per il rischio di esplosione. Quasi la metà di questi vengono buttati via, e meno del 20% viene donato per un utilizzo caritatevole.
Esiste anche la possibilità di esaminare in maniera non invasiva il device (senza rimuoverlo), in modo da trarre alcune informazioni,”come per esempio se ha presentato un malfunzionamento; tuttavia, “l’analisi del dispositivo sarà più completa e fornirà informazioni maggiori con la sua rimozione” ha notato Kirkpatrick.
Il suo studio precedente sugli operatori delle pompe funebri ha rivelato che essi si dicono favorevoli alla rimozione del device e sono in grado di rimuoverlo, in presenza di un consenso informato del soggetto deceduto. “Ci siamo meravigliati venendo a sapere che gli operatori delle pompe funebri non immaginavano che le case produttrici dei defibrillatori desiderassero avere indietro i device e che – d’altra parte – i rappresentati dell’industria fossero sorpresi alla notizia che nessuno sapeva che l’industria è interessata ad avere indietro gli apparecchi per analizzarli” ha spiegato il ricercatore.
I tecnici dell’industria sono interessati a valutare con attenzione i dispositivi impiantabili e a immagazzinare le informazioni tratte, ma dopo che il device è stato restituito alla famiglia del paziente, se questa lo desidera (potrebbero essere incise le iniziali del defunto sul defibrillatore). “Sfortunatamente, se i dispositivi vengono restituiti al produttore, essi non saranno donati per un uso caritatevole – negli Stati Uniti è illegale riutilizzare questi device” ha spiegato Kirkpatrick.
Ma cosa pensano i pazienti?
Nel loro studio, Kirkpatrick e colleghi hanno intervistato 150 pazienti mentre si sottoponevano a un controllo di routine del pacemaker o del defibrillatore e hanno chiesto loro cosa pensavano che avvenisse del dispositivo impiantabile dopo la loro morte.
“Non abbiamo spiegato ai pazienti quali fossero le opzioni possibili, abbiamo solo chiesto loro cosa pensavano che sarebbe accaduto” ha sottolineato Kirkpatrick. Dei 150 intervistati, 130 (87%) non sapevano che fine avrebbe fatto il device, 7 (5%) ritenevano che l’apparecchio venisse rimosso di routine, 8 (5%) pensavano che esso venisse seppellito con il defunto, 4 (3%) ritenevano che il dispositivo venisse riciclato e 1 (<1%) pensava che il suo apparecchio sarebbe stato donato per fini caritatevoli.
Alla domanda se essi desideravano che il proprio apparecchio venisse interrogato dopo la morte, 123 (82%) pazienti hanno risposto in maniera affermativa. Di loro, 118 si sono dichiarati favorevoli alla restituzione dell’apparecchio alla casa produttrice; questi pazienti, per la maggior parte, hanno affermato di sentirsi pronti a firmare un documento in cui veniva sancito cosa desideravano si facesse del device. Di questi 118, il 91% ha sostenuto di essere d’accordo con la rimozione dell’apparecchio e la sua donazione per uso caritatevole nei paesi in via di sviluppo e il 79% si è detto favorevole all’utilizzo in animali domestici. Tuttavia, il fatto che gli apparecchi restituiti alla casa produttrice non possono poi essere donati per l’utilizzo nei Paesi in via di sviluppo provocava un evidente conflitto nei pazienti, ha riconosciuto l’autore.
Come riportato in precedenza, esistono due o tre organizzazioni caritatevoli negli Stati Uniti che ritirano gli apparecchi dagli operatori delle pompe funebri, ne controllano la durata della batteria e un eventuale malfunzionamento e li inviano nei paesi in via di sviluppo. “Per esempio, una organizzazione del Montana invia circa 2000 pacemaker nel Sudamerica per i pazienti affetti dalla malattia di Chagas” ha ricordato Kirkpatrick.
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