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American College of Cardiology
55th Annual Scientific Session
Atlanta (Georgia), 11-14 marzo 2006

12 marzo

LA QUESTIONE DEL GIORNO
Le biotecnologie nell’arteriopatia periferica

Intervista con John Cooke, cardiologo dell’Università di Stanford

congressomedico.it: Quante persone soffrono di arteriopatia a livello degli arti inferiori?

Dott. John Cooke: Negli USA, 8,5 milioni di persone soffrono di malattie dell’albero arterioso periferico. Di questi, circa uno su dieci è a rischio di amputazione. In Europa i numeri sono simili. Tuttavia, esiste un gruppo di pazienti ancora più importante, che non presenta una gangrena o ulcere gravi, ma soffre di dolore e inizia a zoppicare anche dopo uno sforzo fisico di lieve entità. Esistono milioni di persone in queste condizioni.


congressomedico.it: Come possono essere trattati questi sintomi?

John Cooke: un’intera sessione dell’ACC ha discusso dei nuovi trattamenti per la cura di questi casi gravi di arteriopatia. Le biotecnologie sembrano la via giusta. I risultati in termini di rigenerazione vascolare sono interessanti. Esistono due modi di procedere: i fattori di crescita, come il Vascular Endothelial Growth Factor (VEGF), e le cellule embrionali. Tutto ciò si traduce nella generazione di vasi intorno all’arteria danneggiata, che aiutano a migliorare la circolazione ematica a livello degli arti inferiori. Il fattore di crescita NV1FGF, per esempio, iniettato per otto volte nella gamba, può ridurre la mortalità dei pazienti e – cosa ancora più importante – può aiutare un terzo dei pazienti a evitare l’amputazione


congressomedico.it: quando queste terapie saranno disponibili su larga scala?

John Cooke: Penso che ci vorranno circa 5 anni ancora, dal momento che i risultati sono molto incoraggianti. Abbiamo ora bisogno di uno studio di fase 3, con più pazienti, per provare la sicurezza di questo trattamento. Per ora, sappiamo solo che questa terapia non può essere somministrata ai pazienti affetti da tumori o da problemi oculari come la retinopatia da degenerazione maculare legata all’età. Tuttavia, resto ottimista circa questi studi clinici e spero di vedere i fattori di crescita utilizzati nel prossimo futuro.

Maria Moselli

 
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