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International Conference
of the American Thoracic Society
San Diego - California
23-25 maggio 2005

23 maggio

La ciclofosfamide può rallentare il declino della funzionalità polmonare nella sclerodermia

 
La ciclofosfamide ha dimostrato la sua efficacia nella sclerodermia polmonare, secondo uno studio multicentrico presentato durante all’ATS 2005.

Stando a quanto riferito dai ricercatori, la funzionalità polmonare dei soggetti trattati con ciclofosfamide non peggiorerebbe come in quelli che non assumono il farmaco; inoltre, nei soggetti trattati si osserva un miglioramento dei punteggi cutanei, così come del senso di benessere. "Lo studio sulla funzionalità polmonare costituisce un progresso importante” ha detto Athol Wells, professore di medicina respiratoria presso il Royal Brompton Hospital di Londra (UK). "Per la prima volta abbiamo la possibilità di concepire un trattamento migliore per questo gruppo di pazienti; esiste la possibilità di un trattamento causale ". Commentando lo studio, il Prof. Wells ha affermato che la ciclofosfamide ha chiaramente dimostrato di recare beneficio. "Ora possiamo valutare dei trattamenti combinati con farmaci che hanno solo un effetto parziale".

“Questo è il primo studio multicentrico, randomizzato in doppio cieco a mostrare l’efficacia di un farmaco nel trattamento della sclerodermia polmonare” ha detto Donald Tashkin, professore di medicina alla David Geffen School of Medicine della University of California di Los Angeles, USA, uno degli autori dello studio.

Lo Scleroderma Lung Study è stato uno studio multicentrico,

 
Prof. Donald Tashkin
controllato contro placebo, randomizzato in doppio cieco che ha arruolato 162 soggetti di 13 centri. Ai partecipanti è stato inizialmente somministrato 1 mg/kg/die di ciclofosfamide, aumentando poi a 2 mg/kg/die. Il trattamento è durato un anno, dopodiché è stato interrotto e i soggetti sono stati seguiti per un altro anno, con valutazioni polmonari a cadenza trimestrale. L’endpoint primario dello studio era la capacità vitale forzata (FVC, forced vital capacity) al termine dei 12 mesi di trattamento; gli endpoint secondari comprendevano la qualità di vita, l’attività e gli indici di dispnea.

I soggetti, con un’età media di 48 anni, avevano cicatrici polmonari da lievi a moderate; la diagnosi di sclerodermia era stata posta nei tre anni precedenti. Tre quarti dei soggetti erano di sesso femminile; tutti avevano evidenza di patologia polmonare rilevata alla TC o al lavaggio, per provare l’attività della patologia e le difficoltà di respirazione.

Alcuni soggetti si sono ritirati dallo studio per gli effetti collaterali o il fallimento del trattamento; tra quelli rimasti, a 72 è stata somministrata ciclofosfamide, e a 70 placebo. Cinque soggetti sono passati dal placebo alla ciclofosfamide in seguito a grave deterioramento della funzione polmonare e non sono stati inseriti nelle statistiche del gruppo di controllo; in ciascun gruppo si sono verificati due decessi. I ricercatori hanno utilizzato un approccio in intentino-to-treat, e tutti i soggetti sono stati analizzati a 12 mesi.

 

Il Prof. Tashkin ha affermato che i pazienti trattati presentavano una minore riduzione della FVC, rispetto ai soggetti del gruppo del placebo. "I pazienti trattati hanno presentato una riduzione del 2,32% in meno rispetto ai soggetti che assumevano il placebo". Dei soggetti trattati, 36 hanno presentato un miglioramento della FVC, mentre 35 un qualche peggioramento; nel gruppo del placebo solamente 19 hanno avuto un miglioramento, contro 47 che hanno presentato un peggioramento della propria FVC. “La differenza della capacità polmonare totale tra i due gruppi era del 3,23% a favore del gruppo trattato con ciclofosfamide” ha detto il Prof. Tashkin.

I ricercatori hanno riferito che i soggetti trattati avevano, inoltre, migliori outcome patient-centered, con un miglioramento nella respirazione e un’accresciuta sensazione di benessere. “Nel complesso, i dati presentati suggeriscono che il gruppo trattato abbia avuto miglioramenti maggiori o un minor danno funzionale rispetto al placebo” ha affermato il Prof. Tashkin. "Nel gruppo trattato si è osservato un significativo effetto clinico di miglioramento della dispnea e un miglioramento funzionale", ha concluso il dr. Tashkin. "Nel gruppo trattato si è anche verificato un effetto favorevole significativo sul punteggio cutaneo".

In particolare, la compromissione funzionale descritta dal Transition Dyspnea Index ha evidenziato che il gruppo placebo aveva -6 punti sulla scala, mentre il gruppo trattato con ciclofosfamide aveva circa la metà di quei punti. Tre pazienti trattati con placebo hanno riferito un miglioramento, mentre quelli del gruppo ciclofosfamide sono stati sei. I soggetti trattati hanno presentato miglioramenti significativi dal punto di vista clinico negli indici di dispnea, mostrando un miglioramento complessivo di 1,4, mentre nel gruppo placebo si è osservato un declino di 1,4 nelle misurazioni di tali indici, ha affermato il Prof. Tashkin.

I soggetti trattati avevano anche una differenza nel punteggio pari a -3, per quanto riguardava il punteggio cutaneo, a favore del trattamento rispetto ai soggetti che avevano ricevuto placebo. Il Prof. Tashkin ha poi affermato che all’Health Assessment Questionnaire la differenza nei punteggi medi aggiustati per l’effetto del trattamento ha mostrato un deterioramento inferiore nel gruppo trattato con ciclofosfamide; la differenza a favore del gruppo trattato era di -0,21. Vi era una differenza di 7,35 nei punteggi medi aggiustati per la vitalità a favore del gruppo trattato, e di -0,626 nella modificazione delle condizioni cliniche a favore dei soggetti trattati.

“Sono stati riferiti più effetti collaterali nel gruppo trattato che in quello del placebo” ha detto il Prof. Tashkin. Tra questi vi erano una mielosoppressione reversibile, ematuria, leucopenia e neutropenia. “La ciclofosfamide ha effetti tossici, per cui la sua efficacia deve essere bilanciata con la tossicità. Ma sembra che i benefici superino i rischi".

"Il messaggio di fondo è che il farmaco è efficace nel trattamento di una patologia per la quale non esistono altre terapie di provata efficacia, una patologia che ha un impatto devastante sulla qualità di vita e che si associa a una significativa mortalità” ha concluso il Prof. Tashkin.

Franco Torni

 
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