IMATIMIB
Test molecolare all’opera
I soggetti affetti da tumore stromale gastrointestinale (GIST) che presentano una mutazione genetica particolare hanno maggiori probabilità di rispondere all’imatinib, rispetto ai soggetti privi di tale mutazione o con una mutazione diversa

Michael Heinrich, Portland |
|
Stando ai risultati presentati da Michael Heinrich, durante la seconda sessione plenaria dell’ASCO 2005 (abstract #7), sembra sia cominciata l’era in cui la biologia tumorale ispirerà, almeno parzialmente, il modo di trattare i pazienti. I GIST sono delle rare neoplasie del tubo digerente rimaste a lungo al di là di ogni possibilità terapeutica, dal momento che ne’ la chirurgia, ne’ la radioterapia, ne’ la chemioterapia rappresentavano una valida opzione di trattamento.
Tali neoplasie molto spesso sovraesprimono la proteina KIT, che rappresenta un importante fattore di progressione tumorale. L’imatimib agisce inibendo l’espressione di questa proteina, e l’esperienza clinica ha dimostrato che questo effetto è vantaggioso nella maggior parte dei GIST. Tale beneficio è tuttavia limitato nel tempo; dopo 2 anni, almeno la metà dei soggetti sviluppa una resistenza e la neoplasia, inizialmente regredita, ricomincia a svilupparsi.
L’équipe di Michael Heinrich aveva precedentemente dimostrato che la risposta clinica all’imatimib era diversa a seconda che la proteina KIT fosse intatta o mutata, e in base al tipo mutazione. I risultati presentati ora provengono da uno studio che mette a confronto studi di fase III: i ricercatori hanno analizzato campioni di DNA tumorali prelevati da 324 GIST prima dell’inizio del trattamento con imatimib, tentando di correlare questi dati con la progressione del soggetto.
Delle 280 neoplasie che presentavano un’anomalia a livello del gene codificante la proteina KIT, quelle che avevano una mutazione riguardante l’esone 11 mostravano maggiori probabilità di rispondere clinicamente all’imatimib, rispetto a quelle il cui gene non presentava una mutazione, o questa riguardava l’esone 9 (rispettivamente 67% versus 39% e 40%). Inoltre, la presenza della mutazione sull’esone 11 era accompagnata da una risposta media più prolungata, 576 giorni vs 308 in caso di mutazione sull’esone 9, e 251 in caso di assenza di mutazione.
Va notato che in questo studio, che confronta due dosi di imatimib (400 e 800 mg/die), la probabilità di risposta clinica non era determinata dalla dose, ma dalla presenza o meno della mutazione a livello dell’esone 11. La risposta clinica nei soggetti con mutazione sull’esone 11 era simile sia nel caso di una mutazione puntiforme, sia di una delezione.
Piero Casabianca
|