NEOPLASIE POLMONARI
L’antiangiogenesi alla prova
Migliorare la sopravvivenza complessiva nel carcinoma polmonare non a piccole cellule aggiungendo un inibitore dell’angiogenesi a una chemioterapia standard sembra ormai un obiettivo raggiungibile
Presentato da Alan Sandler durante la prima sessione plenaria dell’ASCO 2005, lo studio di fase III condotto dal National Cancer Institute (abstract # LBA4) aveva come obiettivo la valutazione dei benefici di un anti-Vegf, il bevacizumab, combinato a una chemioterapia standard di associazione paclitaxel + carboplatino.
878 soggetti affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC, non-small cell lung cancer) in fase avanzata, non sottoposti a trattamenti preliminari, sono stati arruolati in un protocollo escludendo i soggetti con precedenti di emottisi. 434 soggetti in fase IIIb sono stati randomizzati nel braccio chemioterapia + bevacizumab, e 444 in quello della sola chemioterapia.
In seguito a un follow-up della durata media di 9,4 mesi, questo studio ha evidenziato che la sopravvivenza è |
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risultata significativamente maggiore tra i soggetti trattati con bevacizumab (12,5 mesi), rispetto a quelli sottoposti a trattamento standard (10,2 mesi) (p=0,0075). Si sono rivelate superiori sia la percentuale di risposta (27% verso 10%, p<0,0001), sia l’intervallo temporale precedente la progressione della neoplasia (6,4 mesi verso 4,5 mesi).
Lo studio inoltre mostra che queste due strategie terapeutiche sono altrettanto ben tollerate, complessivamente, con una tossicità accettabile. I casi di neutropenia sono stati più numerosi nel gruppo trattato con bevacizumab (24%), rispetto a quello trattato secondo lo schema classico (16%), mentre i casi di trombosi sono risultati equivalenti nei due gruppi (3,8% con bevacizumab e 3% con lo schema classico).

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Le emorragie sono risultate più numerose nel gruppo trattato con l’inibitore dell’angiogenesi (4,1%), che con la combinazione paclitaxel/carboplatino (1%).
Sono stati registrati 11 decessi direttamente imputabili al trattamento, 9 nel braccio del bevacizumab e 2 con il trattamento convenzionale; 5 soggetti (1,2%), tutti trattati con il bevacizumab, sono deceduti in seguito a emottisi.
Alan Sandler (Vanderbildt University Medical Center, Nashville – USA) ha affermato: “E’ la prima volta che uno studio mostra la possibilità di migliorare la sopravvivenza di questi pazienti aggiungendo un inibitore dell’angiogenesi al trattamento convenzionale. Questi agenti, ormai, dovranno trovare pertanto una loro collocazione nel trattamento di queste neoplasie”. L’associazione paclitaxel/carboplatino/bevacizumab è stata del resto adottata come nuova terapia di riferimento, per questo tipo di neoplasia, dall’Eastern Cooperative Oncology Group (ECOG).
Massimo Fiorito
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