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XXXVI CONGRESSO NAZIONALE
DI CARDIOLOGIA

FIRENZE - Fortezza da Basso
1-4 giugno 2005

Notizie FLASH!

L’ECGRAFIA UTILIZZATA CON IL CRITERIO DI PERUGIA
I dati dello HEART Survey: rivalutare l’ECG
nella valutazione dei soggetti ipertesi

Un nuovo criterio di misurazione conferma il rapporto fra aumento della massa muscolare cardiaca e rischio di malattie cardiovascolari


Dott. Paolo Verdecchia
 

L’ipertrofia ventricolare sinistra (IVS) non è solo una risposta all’aumento della pressione arteriosa (PA), ma anche un reperto diagnostico predittivo, in soggetti ad alto rischio, di infarto miocardico, ictus o altre gravi malattie cardiovascolari. E secondo le più recenti linee-guida, la presenza di IVS giustifica di per sé un atteggiamento terapeutico aggressivo nei soggetti ipertesi.

In chiave di prevenzione delle malattie cardiovascolari, a livello di popolazione è auspicabile quanto importante una diagnosi precoce e corretta dell’IVS e delle sue modificazioni su base terapeutica. Attualmente l’esame più diffuso per la diagnosi di IVS è l’ECG. E le linee-guida recentemente proposte dall’Organizzazione mondiale della Sanità e dal Comitato congiunto statunitense concordano nell’includere l’ECG quale unico esame strumentale da considerarsi essenziale proprio per la diagnosi di IVS nei pazienti ipertesi. Tra gli indiscutibili vantaggi della metodica: essere a bassissimo costo, essere di semplice esecuzione, essere facilmente ripetibile.

“Il problema” ha detto il Dott. Paolo Verdecchia, vicepresidente ANMCO e coordinatore dello studio HEART Survey, i cui dati sono stati presentati al XXXVI congresso fiorentino dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri, “è che l’ECG presenta il limite di una scarsa sensibilità rispetto ad esami più costosi e accurati come l’ecocardiografia”.Limitazione che per la diagnosi di IVS è costitutiva da una scarsa sensibilità, compressa in genere fra il 10 e il 20%: su 100 pazienti realmente affetti da IVS, i classici criteri ECG di ipertrofia permettono una diagnosi corretta solo in 10-20 soggetti, mentre il restante 80-90 con IVS restano non diagnosticati.

“Abbiamo dunque lavorato per mettere a punto una nuova metodica di valutazione” ha detto Verdecchia, “che tiene conto dell’aspetto ECG tradizionale”. Quello che è stato aggiunto è il recente “criterio ECG di Perugia”, che ha mostrato una sensibilità per la diagnosi di IVS del 34%, mantenendo una specificità pari al 93%.

Lo studio HEART Survey (Hypertrophy at ECG And its Regression during Treatment Survey), promosso dall’ANMCO, è stato condotto in 65 centri sia di cardiologia sia di medicina interna, e ha arruolato 711 pazienti con ipertensione e IVS diagnostica all’ECG tradizionale (354 uomini e 357 donne; età media 64 anni; 13% fumatori, 22% diabetici), utilizzando il criterio di

 
Perugia. Dallo studio sono stati esclusi pazienti con pregresse malattie cardiovascolari, cause di ipertensione secondaria o IVS o gravi malattie coesistenti (neoplasie, ecc.).

“Tutti i tracciati ECG” ha detto Verdecchia, “sono stati letti dai medici coinvolti nello studio, ma anche in un laboratorio da lettori esperti e non a conoscenza delle caratteristiche cliniche dei pazienti”. Nel corso dei 4 anni di studio, i pazienti erano trattati con farmaci antiipertensivi in commercio e hanno avuto alcune visite di controllo nelle quali è stato ripetuto l’ECG alfine di documentare le modificazioni dell’IVS nel tempo. Contemporaneamente, i pazienti sono stati controllati accuratamente allo scopo di verificare l’eventuale insorgenza di infarto, ictus, scompenso o altre complicanze gravi dell’ipertensione, definite nel protocollo dello studio.

“Tre sono stati i risultati dello studio” ha sottolineato Verdecchia:

1) Insoddisfacente grado di controllo della PA. Al momento dell’arruolamento il 18% dei pazienti none ra in trattamento farmacologico antiipertensivo, percentuale che è scesa al 6% nel corso del follow-up, dove però solo il 35% dei soggetti ha mostrato livelli di PA sistolica e diastolica ben controllati (140/90 mmHg). Un dato non soddisfacente, ma leggermente superiore rispetto a quanto osservato non molti anni fa sia in Italia sia in altri paesi europei, dove non più del 25-30% dei pazienti risultava ben controllato al trattamento.

2) Insoddisfacente grado di controllo dell’IVS. All’arruolamento, l’IVS è stata confermata nel 91% dei pazienti, dato in linea con altre ricerche similari. Al termine dello studio l’IVS è regredita del 41% dei soggetti; nei soggetti senza regressione dell’IVS si palesava anche un peggiore grado di controllo dei livelli di PA.

3) Alto rischio di complicanze cardiovascolari nei soggetti con persistenza di IVS. Nel follow-up, 64 pazienti hanno manifestato almeno un evento cardiovascolare maggiore; l’incidenza di complicanze maggiori è stata del 2%/anno nel gruppo che aveva mostra regressione di IVS rispetto al 6,34%/anno del gruppo che non aveva mostrato regressione.

“In sostanza” ha sottolineato il Dott. Verdecchia, “anche tenendo conto degli altri fattori di rischio che potrebbero avere influenzato tale differenza, la mancata regressione i IVS ha comportato un rischio tre volte più alto”. E ha concluso: “Se vogliamo trarre il messaggio finale dello HEART Survey, questo ci dice che l’ECG è un esame che va assolutamente rivalutato nei pazienti ipertesi, col quale è possibile identificare sia soggetti ad alto rischio di malattie cardiovascolari, che sono quelli senza modificazioni, nel tempo, di ipertrofia ventricolare sinistra, sia soggetti a basso rischio, cioè quello che palesano regressione, nel tempo, di IVS. Con il ‘criterio di Perugia’ la diagnosi di IVS è agevole anche da parte del medico di famiglia, che può così iniziare subito una adeguata terapia antiipertensiva mirata e aggressiva. Da parte loro, i pazienti ipertesi dovrebbero conservare i propri tracciati e mostrarli al cardiologo nelle successive visite: reperti fondamentali per la gestione della malattia”.

Giorgio Falletti

 
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