UNO STUDIO OSSERVAZIONALE
Anche gli eventi stressanti e i disturbi depressivi
sono dei fattori di rischio per SCA
Ansia e depressione, ma anche i disturbi dell’umore, se ricorrenti, possono favorire l’insorgenza di patologie cardiovascolari. È il risultato di uno studio presentato al congresso ANMCO 2005, che mostra il legame fra eventi negativi e rischio cardiaco

Dott. G.
Di Pasquale |
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Colesterolo, fumo, ipertensione…E adesso, anche la “stanchezza vitale”, cioè quello stato d’animo fatto di tristezza e di malinconia che deriva da dispiaceri e preoccupazioni della vita quotidiana: la rottura di un legame sentimentale, litigi ripetuti e continui col partner, ma anche incomprensioni e insuccessi professionali, difficoltà economiche. Insomma, i cosiddetti “fattori psicosociali” entrano a pieno diritto nel novero degli agenti che concorrono ad aumentare il rischio di cardiopatie.
Se negli anni ’80 del secolo scorso alcuni studi avevano evidenziato che i pazienti affetti da infarto miocardico hanno presentato un numero maggiore di eventi di vita
| stressanti rispetto ai controlli (Magni G et al. Life events and myocardial infarction. Aust NZ J Med 1983;13:257-60; Stokols D et al. In: Friedman HS, ed. Hostility coping & health, Washington DC: American Psychological Association, 1992:65-76), studi recenti, condotti negli anni ’90, hanno posto particolare attenzione sul ruolo sia della depressione maggiore che di quella minore nel corso della malattia coronarica (Ladwig KH et al.; Frasure-Smith et al.; Bush DE et al.; Musselman DL et al.; Rozanski A et al.; Kubanzky LD |
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et al.; Appels A et al.). Si era così evidenziato che nei pazienti post-infartiati condepressione il rischio di mortalità e morbilità cardiache era 3 volte rispetto a quelli che non avevano avuto depressione.
Scopo dello studio, presentato all’ANMCO dal Dott. Giuseppe Di Pasquale, (C. Ravanelli et al. Eventi stressanti e disturbi depressivi quali fattori di rischio per sindrome coronarica acuta; Ital Heart J Febb 2005;suppl 6: 105-10), sono stati:
1) valutare la presenza di eventi di vita stressanti, di depressione maggiore e minore, di depressione ricorrente e di demoralizzazione nel corso dei 12 mesi precedenti la comparsa di primo infarto miocardico acuto o di primo episodio di angina instabile in un gruppo di pazienti ricoverati per SCA;
2) confrontare la presenza di eventi di vita stressanti in rapporto con le diagnosi di depressione nel gruppo SCA rispetto ad un gruppo di controllo di soggetti sani.
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“Presso l’Unità di Terapia intensiva dell’ospedale di Bentivoglio di Bologna, nell’arco di 18 mesi − dal febraio 2003 al luglio 2004 − abbiamo arruolato consecutivamente 97 soggetti ricoverati per primo episodi di SCA, 91 con infarto miocardico acuto e 6 con angina, da confrontarsi con 97 soggetti sani di controllo accoppiati ai pazienti per età, stato civile e classe sociale” ha detto il Dott. Di Pasquale, “e abbiamo cercato di fare quello che normalmente i cardiologi non fanno mai o quasi, ovvero occuparsi di patologie cardiache facendo però attenzione a quella che è stata definita ‘stanchezza vitale’, quell’aumento di irritabilità misto a sentimenti di demoralizzazione che, è stato studiato, è stato associato ad un aumentato rischio di infarto”. L’età media è stata 65,5 +/- 11,8 anni (range: 44-86 anni); 76 gli uomini e 21 le donne, di cui (secondo la classificazione del lavoro di Goldthorpe e Hope) 27 appartenenti alla classe operaia 21 alla classe medio-alta; 76 erano i coniugati, 5 i non sposati, 14 i vedovi e 2 i divorziati.
Sia i pazienti sia i soggetti del gruppo di controllo sono stati intervistati sui 12 mesi di vita precedenti: a) con l’intervista di Paykel per rilevare quantità e qualità di eventi di vita stressanti; b) con intervista basata sui criteri diagnostici psichiatrici per la definizione di depressione maggiore, minore e maggiore ricorrente; c) intervista basata sui nuovi criteri diagnostici della medicina psicosomatica per la diagnosi di demoralizzazione.
“Il risultato è indicativo” ha detto Di Pasquale: “nel 30% dei pazienti che avevano subito un infarto o un episodio di angina instabile è stato riscontrato un numero di eventi demoralizzanti, nell’anno precedente il disturbo cardiaco, superiore al gruppo dei soggetti sani”. Non si sono invece registrate differenze fra pazienti e gruppo di controllo relativamente al verificarsi di eventi positivi come nascite, matrimoni nell’anno precedente l’indagine.
“La demoralizzazione, accertata del 30% dei pazienti, da sola o associata a depressione vera e propria” da proseguito Di Pasquale, “in sostanza individua un gruppo di pazienti con un rischio di ammalarsi di cuore più alto, e soprattutto sottolinea l’importanza crescente dei disturbi dell’umore quale fattore di rischio delle sindromi coronariche acute”. In altre parole, si è sottolineato, gli eventi di vita stressanti avrebbero un ruolo-spia circa la vulnerabilità che palesiamo nei confronti della malattia coronarica. “La presenza di uno stato depressivo o di demoralizzazione” ha concluso Di Pasquale, “richiede una maggiore aggressività nella correzione dei fattori di rischio cardiovascolare. In qualsiasi caso, i nostri dati forniscono utili implicazioni prognostiche da verificare in studi longitudinali”.
Annarosa Cerchi
DUE DOMANDE
Quali sono i meccanismi che legano la “stanchezza vitale” all’insorgenza di patologie coronariche?
Due sono i meccanismi. Uno diretto, endocrino, dato dall’attivazione del sistema delle catecolamine, il cui eccessivo incremento in seguito a stress determina un incremento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa, che comporta un danno diretto al muscolo cardiaco. E uno indiretto, che può contribuire a determinare o a mantenere comportamenti avversi alla salute, dimenticandosi dei fattori di rischio: una persona giù di morale può cominciare a fumare o aumentare la propria dipendenza dal tabacco, può seguire un regime alimentare sbagliato, può trascurare quella che dovrebbe essere una giusta attività fisica… Lasciarsi andare, la risposta più immediata che diamo alle avversità, è dunque dannosa.
Che fare?
Generalmente i cardiologi non si occupano degli aspetti della sfera psicologica, “personali” della vita dei pazienti. Ma di certo possiamo dire che è comunque utile ritagliarsi momenti quotidiani di serenità, impegnarsi in attività utili, di solidarietà. Siamo peraltro convinti che presto si metteranno in atto programmi di collaborazione fra cardiologi e psicologi, così che si possa contribuire congiuntamente alla salute del paziente.
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