GEMINI: sicurezza del carvedilolo in pazienti diabetici e ipertesi
9 novembre 2004 (CongressoMedico) – Il carvedilolo ha un effetto neutro sul controllo della glicemia e migliora le componenti della sindrome metabolica, compresa la pressione arteriosa, in associazione con un blocco del sistema renina-angiotensina. Lo studio Glycemic Effects in Diabetes Mellitus: Carvedilol-Metoprolol Comparison in Hypertensives è stato presentato oggi al Congresso 2004 dell’American Heart Association ed è stato pubblicato contemporaneamente su JAMA (2004;292:2227-2236).
Lo studio GEMINI, in doppio cieco e controllato con placebo, ha randomizzato 1235 pazienti a carvedilolo vs metoprololo (dose media 17,5 mg due volte al giorno di carvedilolo e 128 mg di metoprololo tartrato) per 6 mesi. La pressione arteriosa target era < 135 mmHg per i pazienti con una pressione arteriosa sistolica (PAS) basale compresa fra 140 e 179 mmHg e < 130 mmHg per i pazienti con una PAS basale compresa fra 130 e 140 mmHg; la pressione diastolica target era < 85 mmHg per valori di pressione arteriosa diastolica (PAD) basale > 90 mmHg e </= 80 mmHg per valori di PAD basale compresi fra 80 e 89 mmHg. Prima della randomizzazione, è stata osservata una fase di wash out da tutti i farmaci anti-ipertensivi, eccetto che ACE-inibitori e sartanici. Per raggiungere i valori pressori target, per il 42% dei pazienti è stato necessario aggiungere in terapia un diuretico e per il 20% un calcio-antagonista. I valori pressori target sono stati raggiunti nel 68% dei pazienti in carvedilolo e nel 67% dei pazienti in metoprololo, con livelli simili nei due gruppi. L’età dei pazienti era compresa fra 30 e 80 anni (età media 61 anni); il 40% dei pazienti in carvedilolo e il 48% dei pazienti in metoprololo era di sesso femminile.
L’endpoint primario, costituito dalla differenza media della variazione dei livelli di emoglobina A1c (HbA1c) rispetto alla base fra i due gruppi, è risultato 0,13 +/- 0,05 (p=0,04). Un aumento dei livelli di HbA1c > 1% si è verificato nel 14,2% dei pazienti in metoprololo e nel 7% dei pazienti in carvedilolo (odds ratio 0,46; p<0,001). L’aumento dell’HbA1c è notoriamente associato a un aumento netto e significativo del rischio cardiovascolare.
La resistenza all’insulina (valutata mediante l’HOMA-IR, un indice clinico validato, calcolato a partire dall’insulinemia e dalla glicemia a digiuno) è risultata migliorata con il carvedilolo (-9,1%; p=0,004), ma non con il metoprololo (-2,0%; p=0,48). La differenza fra i due trattamenti è risultata di -7,2% (p=0,04). Il tasso di sospensione della terapia per un peggioramento del controllo glicemico è risultato più elevato nel gruppo in metoprololo rispetto al gruppo in carvedilolo (2,2% vs 0,6%, rispettivamente; p=0,04).
L’albuminuria di nuova insorgenza, un marcatore di rischio cardiovascolare associato anche con effetti infiammatori e vascolari, è risultata inferiore nel gruppo in carvedilolo rispetto al gruppo in metoprololo (6,4% vs 10,3%; odds ratio 0,36; p=0,04).
Nel discutere le implicazioni cliniche di questo studio, George Bakris, che lo ha presentato alle Scientific Sessions 2004 dell’AHA, ha affermato che i medici dovrebbero prendere in considerazione una terapia con carvedilolo nei pazienti a rischio di diabete e dovrebbero passare al carvedilolo nei pazienti affetti da diabete e ipertensione che già assumono un beta-bloccante. I risultati qui presentati si possono applicare anche ai pazienti che hanno una qualunque altra indicazione cardiaca al beta-bloccante, con tranquillità riguardo al controllo glicemico e alle altre componenti della sindrome metabolica. Probabilmente, le proprietà alfa-bloccanti e anti-ossidanti del carvedilolo, un nuovo beta-bloccante, sono responsabili del suo impatto favorevole sulle componenti della sindrome metabolica. Lo studio GEMINI è il primo trial su larga scala che valuta l’aggiunta di un beta-bloccante a una popolazione di pazienti con queste caratteristiche.
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