Un programma di gestione dello scompenso cardiaco per via telefonica ha comportato un effetto positivo sulla sopravvivenza, ma non un risparmio di risorse economiche
7 novembre 2004 (CongressoMedico) – Questo studio presentato al Congresso 2004 dell’American Heart Association ha documentato una riduzione statisticamente significativa della mortalità (p=0,037) nei pazienti randomizzati al gruppo di intervento (programma di gestione della patologia per via telefonica) rispetto al gruppo di controllo. Il beneficio sulla sopravvivenza nei pazienti appartenenti al gruppo di intervento rispetto ai pazienti di controllo è stato di 76 giorni (sopravvivenza media 536,9 giorni vs 450,5 giorni). Non è stato rilevato alcun effetto statisticamente significativo per quanto riguarda la sopravvivenza in assenza di eventi. Sebbene il provvedimento in questione abbia comportato un aumento della sopravvivenza e un miglioramento della classe funzionale NYHA, il 6-minute walking test e la qualità della vita non sono risultati migliorati. Inoltre, non sono risultati ridotti i costi e il consumo delle risorse del sistema sanitario.
Nello studio Long-Term Healthcare and Cost Outcomes of Disease Management in a Large, Randomized Community-Based Population with Heart Failure, 1069 pazienti (età media 70 anni) affetti da scompenso cardiaco (FEVS </= 35% o disfunzione diastolica confermata ecocardiograficamente) sono stati randomizzati a un gruppo di controllo (359 pazienti) e a un gruppo sottoposto a un programma di intervento della durata di 18 mesi (710 pazienti). Lo studio è stato contemporaneamente pubblicato su Circulation (www.circulationaha.org). All’inizio del prossimo anno verrà pubblicata un’analisi costo-efficacia. I risultati di questo studio divergono da quelli della letteratura scientifica precedente sui programmi di gestione dello scompenso, che si sono dimostrati efficaci nel migliorare la prognosi e nell’ottenere un risparmio in termini economici. Gli autori hanno notato che i programmi di gestione dei pazienti scompensati possono risultare utili soprattutto in quelle situazioni in cui esiste una notevole disparità fra il trattamento teorico ottimale e il trattamento che viene fornito nella realtà. I pazienti arruolati in questo studio erano trattati in maniera ottimale già di base. Al contrario di quanto avveniva negli studi precedenti, in cui solo una percentuale compresa fra il 30% e il 50% dei pazienti riceveva un ACE-inibitore, nello studio qui presentato il 77% dei pazienti era in terapia con un ACE-inibitore. Di conseguenza, può essere più difficile provare gli effetti positivi dei programmi di gestione dello scompenso cardiaco in questa popolazione di pazienti.
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